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Plasma iperimmune, Rezza: “Grande risultato, ma difficile su larga scala”

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Il plasma iperimmune è in sperimentazione al San Matteo di Pavia e all'ospedale di Mantova: Giovanni Rezza ha descritto la possibile cura.

plasma iperimmune Rezza
plasma iperimmune Rezza

Capofila della sperimentazione del plasma iperimmune, in Italia, è l’ospedale San Matteo di Pavia, che già dalla fine dello scorso mese di marzo ha curato in questo modo (e con successo) molti pazienti positivi al coronavirus. A seguire l’esempio pavese è stato l’ospedale Carlo Poma di Mantova.

Per Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute e rappresentante italiano del Consiglio dell’Oms, la terapia con il plasma è promettente. Credo che sarà una strada importante da percorrere”. Tuttavia, ha precisato: “Serve ancora tempo per valutare la sperimentazione”. Sulla questione si è scatenato un dibattito. Il primario del Carlo Poma di Mantova, De Donno, fa sapere: “Trattati 58 pazienti con il siero iperimmnue: tutti guariti. I pazienti, inoltre, “non hanno riscontrato irregolarità”.

In merito alla terapia basata sul plasma iperimmune è intervenuto anche Giovanni Rezza, responsabile del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. Intervistato a Radio Radio ha mostrato soddisfazione per il riscontro ottenuto, ma precisa: “Difficile trattamento su larga scala”.

Plasma iperimmune, il commento di Giovanni Rezza

L’anticorpo monoclonale messo a punto in Olanda e descritto sulla rivista Nature Communications ha dimostrato di saper neutralizzare sia il Covid-19 sia la Sars. Alcuni studiosi non escludano possa diventare futura cura contro il nuovo coronavirus.

A tal proposito, Giovanni Rezza ha commentato: “Non ho letto l’articolo di Nature, ma si tratta di una rivista estremamente prestigiosa.

Vediamo se l’articolo dà risultati definitivi o se invece è definitorio”. Poi ha tenuto a sottolineare: “Ho paura solo che non sia facilissimo applicare questo trattamento su larga scala, perché presuppone che venga fatta un’aferesi da parte di donatori, che sono pazienti convalescenti o che hanno superato la malattia, i quali devono avere un elevato titolo anticorpale. Questo sarebbe l’unico limite”.

E ancora: “Se i risultati mostrassero un’evidenza di efficacia elevata sarebbe un successo non solo per la ricerca italiana, ma per tutti. Ripeto, con i limiti che ha questo tipo di trattamento che non prevede una produzione sintetica industriale su larga scala. Altro punto è che potrebbe preludere alla messa a punto di una produzione sintetica di anticorpi che possono neutralizzare il virus e proteggere. Io la vedrei molto bene. Speriamo”. Quindi ha fatto sapere: “Ora leggerò l’articolo su Nature”.

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.


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Asia Angaroni

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.

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