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Cassa integrazione e smart working: così le aziende sfruttano i lavoratori

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Cassa integrazione e smart working sono compatibili? Secondo diversi consulenti applicarli contemporaneamente sarebbe truffa ai danni dello Stato.

Smart working cassa integrazione

Sono milioni i lavoratori che durante l’emergenza coronavirus, data la chiusura delle attività produttive, hanno iniziato a sperimentare la modalità dello smart working: sono però altrettanti quelli che contestualmente sono stati messi in cassa integrazione, pur continuando comunque a lavorare dalla propria abitazione.

Diversi consulenti hanno fatto notare come questo vada contro la legge e si tratti di grave truffa ai danni dello Stato.

Cassa integrazione e smart working

La sensazione è che diverse aziende abbiano chiesto la cassa integrazione per i propri dipendenti per alleggerire le retribuzioni e farle gravare sui conti pubblici. Nella richiesta all’Inps bastava infatti genericamente indicare come causale “Covid-19 nazionale” e i controlli non sono stati così stringenti da identificare chi ne voleva approfittare.

E coì è successo che alcuni lavoratori hanno continuato a svolgere le loro mansioni esattamente come prima, con l’unica differenza di essere a casa e non in azienda. Le riunioni si sono tenute comunque da remoto e le mail sono sempre arrivate. Con la differenza che lo stipendio è diminuito ed è stato in parte versato da tutti contribuenti italiani.

Osservando tutto dal punto di vista giuridico emerge che lo smart working preveda tempi e ritmi scelti liberamente dal dipendente a differenza della Cig dove non sarebbe consentito lavorare.

E che quindi i due sistemi non sarebbero legalmente compatibili.

A chi ha sottoposto la questione ai propri datori di lavoro si è sentito rispondere con un “non dovreste lavorare, ma se state portando avanti un progetto valutate voi. Regolatevi come meglio credete“. In questo modo l’azienda si slega dall’imporre il lavoro al dipendente che potrà, con un invito più o meno esplicito a continuarlo, scegliere liberamente cosa fare.

Facendo in questo modo decadere ogni tipo di responsabilità perché si potrà poi dire che è stato il lavoratore a scegliere.


E così lo smart working, da strumento di welfare aziendale rischia di trasformarsi in uno sfruttamento dei dipendenti e in una possibile truffa ai danni dello Stato.

Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it


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Debora Faravelli

Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it

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