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Il Coronavirus sta diventando più buono?

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È un ceppo di Coronavirus più buono quello che nelle ultime settimane ha invaso l'Italia? Se lo chiedono anche i virologi.

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Il Coronavirus è più buono? I virologi 'si spaccano'

È un ceppo di Coronavirus più buono quello che, nelle ultime settimane, sta colpendo l’Italia? Dopo la gravissima crisi sanitaria a cavallo tra febbraio e aprile, le strutture sanitarie del Bel Paese sono tornate a respirare e i contagi da Covid-19 sono drasticamente diminuiti.

I numeri restano sempre importanti, ma sono frutto di un contagio pregresso nei mesi scorsi. Il Coronavirus sembra meno offensivo: merito delle politiche di lockdown, di fattori fisiologici come il caldo o un mutamento ‘genetico’ naturale dello stesso virus? Sul tema, come spesso accade in queste settimane, anche i virologi sono ‘divisi’ in fazioni.

C’è chi sostiene che il crollo degli ospedalizzati a causa del Coronavirus sia dovuto esclusivamente all’effetto del lockdown; chi punta su un miglioramento nelle terapie. Le temperature, assieme all’uso massiccio delle mascherine, siano la spiegazione della ridotta carica virale. Ma c’è anche la tesi più estrema, ossia che il Coronavirus sia proprio mutato geneticamente: continua a circolare, ma con un ceppo alquanto ‘buono’.

Coronavirus più buono: i favorevoli

Coronavirus più buono? Chi sono i virologi che sposano favorevolmente questa tesi? Per Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, non ci sono dubbi: “Sì, il nuovo coronavirus sta perdendo forza”.

A Brescia è stata isolata una variante meno forte: “Mentre i ceppi virali che siamo stati abituati a vedere in questi mesi, che abbiamo isolato e sequenziato, sono bombe biologiche capaci di sterminare le cellule bersaglio in 2-3 giorni, questo per iniziare ad attaccarle ha bisogno minimo di 6 giorni, il doppio del tempo”.

Dello stesso avviso il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, che nelle sue ‘Pillole di ottimismo’ rivela: “Siccome a me piacciono i numeri e i dati sono andato un pochino a sfruculiare nei dati pubblici della Protezione civile.

Così ho ‘plottato’ per il periodo dal 29 febbraio al 17 maggio il rapporto in percentuale tra pazienti in terapia intensiva per Covid-19 e totale casi positivi”. Cosa è emerso? “Da questo valore, che uso come indice crudo della gravità clinica ‘media’ dei casi di infezione con Sars-CoV-2 è intorno all’8-10% per i primi 20 giorni dell’epidemia, iniziando a calare regolarmente”. Al 28 maggio è allo 0,9%.



Francesco Vaia dello Spallanzani, invece, spiega: “È corretto dire che i nuovi pazienti hanno sintomi più lievi. Da un punto di vista dell’osservazione è giusto dire così, ma dobbiamo capire, dobbiamo studiare questo dato. Probabilmente, come in tutte le fasi epidemiche, nella coda dell’epidemia assistiamo a una riduzione della virulenza. Però queste sono tutte osservazioni che facciamo oggi ad alta voce, ma che dovranno avere poi una base scientifica”.

Coronavirus più buono: i contrari

Ma c’è una sfilza di nomi altisonanti anche nella sfilza dei no a un ‘Coronavirus più buono’. Per esempio, la virologa Ilaria Capua: “Che io sappia i virus che stanno circolando adesso non hanno mutazioni che possano dirci se sono più o meno aggressivi. Ed è per questo che chiediamo le sequenze. Il virus non andrà via, ha trovato una nuova popolazione: siamo noi, circola all’interno della nostra popolazione provocando danni molto gravi in alcune parti del nostro paese e in alcune grandi città europee e non europee, dove la situazione è più complicata rispetto a quanto accade in altre, anche per il fattore inquinamento”.

Così come è netta la posizione di Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova: “Non c’è nessuna evidenza sperimentale. Un virus non è debole, forte, buono o cattivo, un virus è più o meno virulento e ha una capacità di trasmissione che si può misurare. Il resto sono stupidaggini”. Anche perché per il virologo veneto: “Sulla base di evidenze sperimentali fatte su grandi modelli si dimostra che quando un virus entra in una nicchia ecologica, che siamo noi, la virulenza in genere aumenta invece di diminuire”.

Per Crisanti la riduzione di contagi è dato dal fatto che si usano le mascherine: “Perché se io uso la mascherina, il mio interlocutore usa la mascherina, la quantità di virus che ci trasmettiamo è molto più bassa”. Mentre Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di Malattie Infettive, spiega: “Non ci sono evidenze scientifiche, singoli casi sono interessanti ma non fanno la regola, il virus resta estremamente pericoloso”.

Nato a Reggio Calabria il 13 maggio del '93 con due passioni: lo sport e il giornalismo. Laureato in Comunicazione Pubblica e di Impresa a La Statale di Milano, ha ricoperto il ruolo di content editor per testate giornalistiche generaliste e a indirizzo sportivo del network Tmw. Ha ricoperto il ruolo di social media per le pagine di UrbanPost e LuxGallery. Appassionato di cinema e moda, ha preso parte alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 e al Pitti Uomo edizioni 2017 e 2018. In ambito politico, ha seguito la campagna elettorale del Referendum 2016 grazie al soggiorno presso la città di Firenze


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Antonino Paviglianiti

Nato a Reggio Calabria il 13 maggio del '93 con due passioni: lo sport e il giornalismo. Laureato in Comunicazione Pubblica e di Impresa a La Statale di Milano, ha ricoperto il ruolo di content editor per testate giornalistiche generaliste e a indirizzo sportivo del network Tmw. Ha ricoperto il ruolo di social media per le pagine di UrbanPost e LuxGallery. Appassionato di cinema e moda, ha preso parte alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 e al Pitti Uomo edizioni 2017 e 2018. In ambito politico, ha seguito la campagna elettorale del Referendum 2016 grazie al soggiorno presso la città di Firenze

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