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L’opinione di Flavia Piccinni

La storia dell’aborto nel nostro Paese è indecorosa e i cimiteri dei feti ne sono solo l’apice

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È folle, inspiegabile e paradossale che di questi cimiteri dei feti, di cui per decenni non abbiamo saputo niente, ne esistano oltre 50 in tutta Italia.

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La prima volta che ho portato una mia amica ad abortire avevo 21 anni, e lei pochi mesi meno di me. Studiavamo all’Università, lei non aveva la minima intenzione di avere un bambino e di confidare ciò che aveva intenzione di fare.

“Si tratta di qualcosa di troppo personale perché gli altri possano saperlo”, mi aveva spiegato. Ricordo ancora il corridoio dell’Ospedale, la giovane dottoressa che ci accoglieva per fare l’ecografia di routine con gli spessi occhiali da vista in tartaruga, il lettino malandato su cui la fecero distendere e la sonda che le indagava il ventre: “Eccolo!”, aveva esclamato la specializzanda indicando un punto indistinto sullo schermo. “È alla ottava settimana. Ci pensi bene, ha ancora un po’ di tempo…”, aveva proseguito poi.

Lei era inamovibile – non voleva un figlio allora e non lo desidera nemmeno adesso -, eppure era rimasta profondamente turbata da quella frase, dall’espressione guidicante della dottoressa, dal monitor scuro e da ciò che sembrava stare pulsando: il futuro cuore del futuro feto.

Rimasi scossa per giorni da quella visita. Fu molto più doloroso della trafila che affrontammo insieme dieci giorni dopo quando, alle sette in punto di un giovedì di primavera, dopo aver aspettato davanti al portone d’ingresso per fare il raschiamento, eravamo circondate da altre donne che spaesate si guardavano intorno.

Erano tutte addolorate. L’aborto – oltre le narrazioni provocatorie più contemporanee – è un inevitabile scossone morale, perfino quando è una scelta ponderata di autodeterminazione. E lo è ancora di più, immagino, quando diventa una scelta obbligatoria, e quel bambino è frutto del desiderio di diventare madre, di creare una propria famiglia, di mettere al mondo un essere umano. Anche per questo è osceno immaginare che cosa debba significare per una donna che ha perso suo figlio – a seguito di un aborto terapeutico, o perché nato morto – sapere che il feto sia stato seppellito senza il suo benestare alle porte di Roma, in un campo fatto di croci che maldestramente riportano scritte le sue generalità di madre fallita.

Leggendo la storia che M.L. ha postato su Facebook – e guardando la croce che la lega per sempre a quel doloroso passato, senza il suo consenso – ho pensato di chiamare una mia amica, R., che adesso ha due figli, ma che non scorderà mai il 7 agosto 2016. “Ero al quinto mese, e quel pomeriggio la ginecologa mi disse che qualcosa non andava. Seguirono giorni di esami e di disperazione, fino alla decisione che l’unica soluzione sarebbe stata l’aborto terapeutico.

Ci ho messo quattro anni a provare a dimenticare, eppure il mio pensiero andava sempre lì e alla domanda: se lo avessi tenuto e fosse andato tutto bene? Ricordo perfettamente che mi dissero che il feto sarebbe stato smaltito dall’ospedale. Ma pensare che potrebbe stare in un campo, con una croce con sopra il mio nome, mi fa impazzire. Non c’è più rispetto”, ha sbuffato. “A patto – ha concluso – che il rispetto ci sia mai stato”.

La storia del nostro Paese rispetto all’aborto è indecorosa. Non è scandita unicamente dai frequenti attacchi espliciti alla legge 194, che ancora oggi in numerose regioni è totalmente boicottata (non dimentichiamoci che circa il 70% dei ginecologi sono obiettori di coscienza). Non è caratterizzata solo dalla gogna cui quotidianamente chi ha abortito – nel 2018, secondo i dati ISTAT più aggiornati, sono state oltre 76mila le interruzioni volontarie di gravidanza, circa 6 IVG ogni 1000 donne fra i 15 e i 49 anni – viene sottoposto. Oggi, questa battaglia feroce e silenziosa sul corpo di noi donne, è un violento scempio emotivo che si basa su una legge di 81 anni fa. Una violenza sul corpo e sulla privacy delle donne, costrette adesso anche a fare i conti con uno degli episodi più dolorosi della vita con la consapevolezza che in un posto, deciso da altri, il loro nome è per sempre legato a quello di un feto abortito.

È assurdo che tutto prenda forza dal 1990, e da un articolo (il 7 del decreto del presidente della Repubblica numero 285 sul regolamento di polizia mortuaria) secondo cui per i nati morti e i prodotti abortivi/feti persista l’obbligo di sepoltura. Per i primi, secondo un regio decreto del 1939 (del 1939!) è addirittura necessario seguire gli stessi procedimenti che autorizzano la sepoltura di una persona defunta. È folle, inspiegabile, paradossale e completamente assurdo che di questi cimiteri di cui per decenni non abbiamo saputo niente ne esistano oltre 50 in tutta Italia. E che in quella terra siano sepolti, senza il consenso e la consapevolezza di molte donne, i loro feti. Con sopra una croce con i loro nomi.

Scrittrice e giornalista, ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è autrice di documentari per Radio3 Rai e Rai1. Con "Bellissime" (Fandango Libri, 2017), che ha prodotto tre interrogazioni parlamentari e un DDL, è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix. Nel 2018 ha pubblicato con Carmine Gazzanni "Nella Setta" (Fandango, 2018), che ha vinto il Premio Mattarella Giornalismo e il Premio Giornalismo Investigativo Europeo. Il suo ultimo libro è "Sarah" (Fandango, 2020) che diventerà una serie fiction per Groenlandia.


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Flavia Piccinni

Scrittrice e giornalista, ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è autrice di documentari per Radio3 Rai e Rai1. Con "Bellissime" (Fandango Libri, 2017), che ha prodotto tre interrogazioni parlamentari e un DDL, è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix. Nel 2018 ha pubblicato con Carmine Gazzanni "Nella Setta" (Fandango, 2018), che ha vinto il Premio Mattarella Giornalismo e il Premio Giornalismo Investigativo Europeo. Il suo ultimo libro è "Sarah" (Fandango, 2020) che diventerà una serie fiction per Groenlandia.

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