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Covid, più contagi e meno ricoveri: cosa dicono i dati

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Crescono i contagi di Coronavirus, ma diminuiscono i ricoveri. Tutto quello che c'è da sapere sui dati reali.

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La situazione Covid in Italia è davvero molto particolare. Durante l’estate le acque sembravano essersi calmate, ma con l’arrivo della stagione più fredda i bollettini sono cambiati. La seconda ondata è ufficialmente arrivata e le restrizioni sono in crescita, per riuscire a contenere i contagi.

Quello che mostrano i dati è ambiguo, perché da un lato sembra che tutto stia andando meglio di marzo, ma dall’altro sembra che la situazione stia diventando critica.

Covid: contagi e ricoveri

Il primo dato che ha colpito tutta la popolazione è l’aumento dei casi positivi. Il 21 marzo, uno dei giorni peggiori della pandemia, i positivi erano 6.557, mentre in questi giorni erano 8.804. In realtà, però, i positivi non sono né contagiati né malati, ma semplicemente casi diagnosticati e di conseguenza questo dato non serve a nulla se non viene rapportato con il numero dei tamponi.

Il 21 marzo i tamponi erano 26 mila, ora sono 163 mila, ovvero sei volte di più. A questo punto entra in gioco la percentuale di tamponi che risulta positiva rispetto a quelli effettuati, in quanto a marzo era del 25% mentre oggi è del 5,4%. Questo accade perché a marzo si testavano solo i sintomatici, mentre ora si cercano soprattutto gli asintomatici. Tanto dipende anche da chi fa il tampone e da come lo effettua.

Si è parlato molto di Rt, formula usata per determinare l’indice di contagiosità, ma oggi se ne parla meno. Giorgio Palù, presidente della società di virologia, ha spiegato che ora questo indice conta poco, perché è relativo a sintomatici e ricoverati, mentre ora la maggior parte dei casi è fatta di asintomatici. Conta, però, l’indice di riproduzione virale, per capire se il virus si riproduce con andamento lineare o esponenziale. In questo momento, come ha specificato l’esperto, è esponenziale.

I dati mostrano perfettamente quante persone sono in ospedale a causa del Covid. Il 21 marzo i ricoverati erano 17.708, mentre ora sono 5.796, ovvero un terzo. In terapia intensiva c’erano 2.857 persone, mentre ora ce ne sono 586, ovvero un quinto. Questo significa che sappiamo affrontare meglio il virus. “Abbiamo imparato a capire i sintomi e usiamo meglio i farmaci per impedire che il paziente vada in rianimazione.

Il virus cresce meglio in uno stato di infiammazione. Ora interveniamo con il Remdesivir e l’eparina in fase precoce e con il cortisone in fase avanzata. Dopo sei mesi abbiamo anche capito che i farmaci anti-Hiv non funzionano con il Covid” ha spiegato Palù. La capienza delle terapie intensive è migliorata, ma è un dato relativo, visto che il sistema sanitario in Italia è molto disomogeneo. I decessi sono in calo, tanto che a marzo erano 793, mentre ora sono 83, ovvero un decimo. Questo non significa che ci sia stata una regressione del virus, ma è da sottolineare che è cambiata la fascia di popolazione più soggetta al contagio. All’inizio della pandemia l’età media era sui 65 anni, poi scesa a 29 e ora arrivata a 42 anni. Ovviamente se la popolazione contagiata è più giovane, il tasso di mortalità è più basso.

Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it


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Chiara Nava

Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it

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