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L’opinione di Chiara Basso

Elezioni USA 2020: Joe Biden vince con la forza del silenzio, roba d’altri tempi

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Non rispondere alle provocazioni di Trump, ha voluto dire per Joe Biden non cadere nella trappola di un uomo che ha costruito il suo personaggio politico sullo scontro.

Joe Biden
Joe Biden

Joe Biden non avrà il carisma di un Barack Obama ma, con la sua pacatezza e savoir faire politico d’altri tempi, è il presidente di cui ha bisogno l’America ora, dopo quattro anni di circo trumpiano. Senza contare che proprio la sua arma più anticonvenzionale, il silenzio, è stata ciò che gli ha permesso di sconfiggere il tycoon.

Durante la sua campagna elettorale, Biden, 77 anni di cui 50 passati in politica, non poteva certo giocarsi la carta del volto nuovo o dell’outsider, come fece Trump nel 2016. L’ex vice presidente inoltre è un uomo bianco di una certa età, quanto di più scontato e rassicurante si possa immaginare nella politica americana. Scartata quindi anche la carta rivoluzionaria dell’esotismo che di solito cattura i voti di minoranze e giovani.

Come se non bastasse, la sua battaglia contro Trump era partita in sordina.

Dopo aver vinto la nomination democratica e dopo l’arrivo della pandemia in Usa, Biden era quasi scomparso. Nei primi sondaggi veniva descritto da chi lo avrebbe votato come il “meno peggio tra i due mali” o “qualsiasi cosa piuttosto che Trump”. Nulla di esaltante, insomma, e non certo una potenziale calamita per gli elettori più corteggiati in ogni campagna elettorale, gli indecisi.


Il suo silenzio divenne assordante quando in luglio, dopo molti decessi per il virus e le proteste anti-razziali nelle strade in tutta l’America, l’aspirante presidente non dava ancora segni di leadership.

Trump lo chiamava “sleepy Joe”, il Joe dormiente, e io, ammetto, me lo immaginavo impaurito in una sorta di bunker in Delaware per scampare alle minacce della pandemia. Scherzavo dicendo che, se mai avesse vinto, sarebbe stato il primo presidente americano ad arrivare alla Casa Bianca con il minimo sforzo possibile. Lo ricordavo anche come un tremendo gaffeur al fianco di Obama e forse, pensavo, gli è stato consigliato di dire lo stretto necessario per non compiere passi falsi fatali.

Invece il suo silenzio ha pagato. Non rispondere alle provocazioni di Trump, almeno nella prima parte della campagna elettorale, ha voluto dire non cadere nella trappola di un uomo che ha costruito il suo personaggio politico sullo scontro. Nella parte finale della corsa alla Casa Bianca Biden è poi riuscito a sfoderare un aplomb da leader che è riuscito a scrollargli definitivamente di dosso anche l’appellativo di “vice di Obama”.

Joe Biden sa quello che vuole ma lo fa senza far rumore e ciò gli ha permesso anche di conquistare gli scettici che non avevano votato per Hillary Clinton nel 2016 in quanto vista come parte di un establishment corrotto o con idee troppo progressiste, per alcuni addirittura socialiste. Come abbiamo visto, Biden si trova sulla scena politica da decenni eppure ha sempre prevalso in lui il personaggio di un politico appartenente alla classe media oltre che vicino alla gente e alle loro sofferenze perché lui nella vita ne ha subite parecchie.

Poco dopo essere stato eletto senatore a 30 anni, perse la moglie e una figlia di 13 mesi in un incidente stradale, i due figli di 3 e 4 anni rimasero gravemente feriti ma sopravvissero e li crebbe lui facendo il pendolare tra Washington DC e la sua casa in Delaware per metterli a letto personalmente tutte le sere. Poi cinque anni fa la morte per cancro del figlio Beau, a 46 anni, senza contare i dispiaceri meno pubblici che gli diede l’altro figlio, Hunter, affetto per anni da dipendenza da alcol e droghe.

Nello sguardo, spesso superficiale, che il pubblico riserva alla politica e nella campagna elettorale a basso profilo del candidato democratico è quindi sfuggito il fatto che Biden, il politico per cui l’empatia “è una seconda natura e non una strategia” come lo descrisse un compagno di partito, sia meno moderato di quanto si possa pensare. La sua agenda è molto più progressista di quanto non lo fosse quella di Hillary Clinton, ma ciò non viene captato dalla maggior parte della gente.

Prima di tutto perché, secondo buona parte dell’elettorato americano, un candidato maschio rappresenta una minaccia minore, a prescindere, di una donna. Secondo, perché Biden non usa slogan iper-progressisti come il “college gratuiti per tutti” proposto da Bernie Sanders (pur proponendo l’università gratis alle famiglie con un reddito inferiore ai 125mila dollari all’anno), né parla di Green New Deal pur avendo messo a capo della sua task force sui cambiamenti climatici la super progressista Alexandria Ocasio-Cortez.

Eppure, con il suo invito alla calma e alla decenza Biden, alla sua terza corsa per la Casa Bianca dopo i tentativi del 1987 e del 2008, ha raggiunto un record non da poco con queste elezioni: ha ricevuto oltre 70 milioni di voti, più di quanti ne abbia mai ottenuti un candidato presidenziale e la battaglia tra lui e il tycoon Trump ha trascinato al voto più gente che qualsiasi altra elezione in Usa dal 1900 a oggi.

Rincuora anche sapere che ora gli Stati Uniti sono guidati da un presidente che vuole affrontare di petto l’emergenza del coronavirus, che vuole cercare di riunire il Paese, che vuole tutelare l’Obamacare, alias l’assistenza sanitaria per tutti, e magari, se l’economia disastrata dal covid-19 glielo permetterà, impegnarsi per ristabilire, almeno, le politiche ambientali che Trump ha spazzato via durante il suo mandato.

Dovrei egoisticamente ringraziare il presidente Donald Trump per aver dato la possibilità a me, giornalista freelance, di lavorare parecchio negli ultimi quattro anni grazie alle sue smargiassate e pirotecnici colpi di scena giornalieri. Ora, però, è giunto il momento di ritrovare un po’ di decenza alla Casa Bianca e un po’ di buon senso in politica. Mi auguro che il contegno di Biden non rappresenti solo un antidoto alla (non) politica urlata di Trump, ma anche un modello per altri Paesi dove in politica domina da troppo tempo il rumore.

Vive a New York dal 2010 dove era arrivata per stare "pochi mesi". Qui collabora e ha collaborato per varie testate come Il Fatto Quotidiano, Radio Monte Carlo, Radio24, Il Secolo XIX, Sette del Corriere della Sera, Flair, Gioia, e Amica oltre a interventi su Radio 3 Mondo, Caterpillar ed Euronews per cui ha collaborato brevemente a Lione prima del suo trasferimento oltre oceano. Prima d’imbarcarsi nell’avventura americana, aveva lavorato per quattro anni nel settore Esteri dell’agenzia Apcom (oggi AskaNews) cercando di specializzarsi in Estremo Oriente. Una volta capito che lei, in Cina, non si sarebbe mai trasferita, ha deciso di dedicarsi agli Stati Uniti anche se era il posto all'estero più gettonato.


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Chiara Basso

Vive a New York dal 2010 dove era arrivata per stare "pochi mesi". Qui collabora e ha collaborato per varie testate come Il Fatto Quotidiano, Radio Monte Carlo, Radio24, Il Secolo XIX, Sette del Corriere della Sera, Flair, Gioia, e Amica oltre a interventi su Radio 3 Mondo, Caterpillar ed Euronews per cui ha collaborato brevemente a Lione prima del suo trasferimento oltre oceano. Prima d’imbarcarsi nell’avventura americana, aveva lavorato per quattro anni nel settore Esteri dell’agenzia Apcom (oggi AskaNews) cercando di specializzarsi in Estremo Oriente. Una volta capito che lei, in Cina, non si sarebbe mai trasferita, ha deciso di dedicarsi agli Stati Uniti anche se era il posto all'estero più gettonato.

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