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L’opinione di Francesco Leone

2020, l’anno da dimenticare che non cancelleremo mai dalle nostre vite

Dalla terza guerra mondiale alla pandemia: il 2020 è stato un anno difficile, da dimenticare ma il cui segno rimarrà indelebile sulla nostra pelle.

2020, cronistoria italiana dell'anno della pandemia globale
2020, cronistoria italiana dell'anno della pandemia globale

Lo schiaffo del Papa nella notte di San Silvestro, l’uccisione nel raid statunitense a Bagdad del generale Qassem Soleimani e l’alba di una fantomatica terza guerra mondiale. Il 2020 iniziava così, non con il migliore dei presupposti, e avanzava nelle vite di tutto il mondo insinuando lentamente la minaccia di un’emergenza di cui ancora oggi stentiamo a definirne la natura, gli effetti e la capacità di intimorire intere popolazioni, governi ed economie.

Iran Usa, l'alba della terza guerra mondiale

Era il tempo dell’elezioni regionali, quelle in cui la sfida era tra centrodestra e centrosinistra: una partita a scacchi nel nome delle nuove amministrazioni locali, quelle che ancora in un immaginario dal retaggio democristiano erano considerate come territori da conquistare in vista di instillare il declino del governo centrale.

E chi se lo dimentica Salvini che citofona a Yaya nella periferia di Bologna. O ancora il cavaliere Berlusconi che rassicura gli elettori ai banchetti della Santelli a suon di “Lei in 26 anni che la conosco non me l’ha mai data”.

Salvini al citofono col presunto spacciatore: così si spettacolarizza la gogna

Eppure quella corsa elettorale ci aveva fatto provare un non modesto interesse. Le sardine sono solo un esempio. Piccoli pesci in un mare di giovani vecchi che per la prima volta, o di nuovo, carpivano l’importanza del voto, quella che avrebbero successivamente perso più tardi: più precisamente nel referendum costituzionale di settembre quando a fare da padrona del seggio è stata la rabbia, sapientemente mixata nei pregiudizi populisti verso la casta parlamentare promossa da chi voleva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, ma che alla fine un po’ la figura del tonno l’ha fatta.

Sardine in piazza

Viaggiava come sempre tutto rapidamente. Il processo Gregoretti prendeva forma, l’Australia soccombeva al maltempo dopo i grandi incendi che ne avevano devastato gran parte del territorio, Kobe Bryant si spegneva insieme alla piccola Gianna Maria in un incidente in elicottero prima di una celebrazione sportiva provocando l’estremo cordoglio di tutto il mondo dello sport. Scorreva tutto così, rapidamente. Una sequela di vicende, cronaca, politica, lotta per i diritti e battaglie contro il cambiamento climatico.

Kobe Bryant

A fare da sottofondo moderato c’era ciò che stava accadendo in Cina: troppo lontano per impensierirci, troppo tardi per poterne comprendere il fenomeno in modo tale da non soccombervi. Così mentre da Wuhan, Nancino e Hong Kong ci arrivavano le immagini di una delle epidemie più bestiali di sempre, noi dichiaravamo lo stato d’emergenza, discriminavamo prima e poi difendevamo la comunità, la ristorazione e la cultura cinese. La verità è che eravamo troppo intenti a non perderci la faida sanremese di Morgan e Bugo e pensavamo (come Zingaretti) che in fondo fare un aperitivo a Milano non era poi un’idea così malvagia, nonostante nella gara alla sicurezza sanitaria, i primi casi e l’allerta del contagio fossero già in pole.

Sanremo, il caso Morgan-Bugo

L’Italia non si ferma, Milano non si ferma. Poi è stata la volta di Vo’ Euganeo e di Codogno, prima la zona rossa localizzata poi il lockdown generalizzato. Italia zona protetta. Mentre si consumava una strage silenziosa all’interno delle Rsa di tutto il paese, a Bergamo, Alzano Lombardo e Nembro i morti non si contavano più. L’esodo dei fuorisede viaggiava sulle rotaie delle ferrovie di stato, in barba ai commenti dei governatori del sud che mai come allora hanno desiderato la fuga dei cervelli indigeni. Dalle carceri di tutta Italia giungeva il primo presentimento della tolleranza zero nei confronti delle norme anti-covid.

Coronavirus, Codogno zona rossa

Col tempo abbiamo imparato (chi più, chi meno) a conoscere la schiettezza dei termini ‘assembramento’, ‘quarantena’, ‘restrizioni’. Abbiamo assistito alla politica dei decreti del presidente del Consiglio dei Ministri mentre cercavamo in mascherine il lievito sugli scaffali dei supermercati a entrata contingentata. Abbiamo cantato sui balconi, scoperto lo smart working e le atrocità della pandemia di coronavirus. Ci eravamo fermati, e fermandoci abbiamo scoperto che la nostra non è una società che sopravvive in stasi.

La quarantena passa così, tra un fuorionda di Mattarella, una gaffe di Fontana e Gallera e il dolce augurio di Vincenzo De Luca di una vampata di lanciafiamme durante qualche festa di laurea. Quello che è venuto dopo è stata la caccia in elicottero al rider occasionale, al passeggiatore di cani domenicale, al nostalgico dell’aperitivo. L’era dei “governatori sceriffo”. Di seguito la corsa alle terapie intensive, gli eroi in corsia, le storie dalla prima linea e la gara delle regioni al “chi contiene meglio vince e non può essere contestato”. I casi raggiungevano il picco della curva epidemiologica, le vite spezzate erano diventate numeri nel continuo aggiornamento del bollettino della Protezione Civile.

Coronavirus, il picco dei contagi

La cassa integrazione, i posti di lavoro a rischio e intere categorie abbandonate prima e soccorse poi da provvedimenti in continuo emendamento. Il plateau, il tempo per ragionare sulla riapertura, sull’accesso al Mes per sostentare la crisi economica che veniva alimentata, erta sulle colonne rette dall’emergenza sanitaria vestita da Atlante. Quel 4 maggio sembrava che tutto fosse passato. Silvia Romano era stata liberata e riportata in Italia e con lei era tornata anche la polemica sterile all’italiana. Trascorsi i mesi più bui, la falsa partenza italiana si muoveva in un’estate di sana perdizione (a confronto col tenore di vita osservato in lockdown) giustificata dalle scelte del governo e alternata al caldo delle piazze italiane infervorate dalle proteste di innumerevoli categorie e rappresentanze dei lavoratori. Tra questi balenava in sordina anche il pensiero negazionista: un complottismo che altro non poteva che far scivolare la disperazione dei tanti nel calderone del fanatismo scellerato dei molti.

silvia romano

Dall’altra parte del mondo intanto cresceva il movimento Black Lives Matter. Oltreatlantico dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, avvenuta per mano di un agente di polizia, si mobilitavano attivisti per i diritti civili, folle che facevano scricchiolare la poltrona di Donald Trump prossimo alle nuove elezioni presidenziali. Un tema complesso quello dell’uguaglianza negli Stati Uniti, che vedeva dibattere le parti attorno a scogli generazionali che affondano ancora oggi le radici in differenze culturali appartenenti a epoche ormai abbandonate. Qualcosa di stupidamente difficile.

Black Lives Matter

In Italia invece, nella grande complessità situazionale della pandemia, la fase 2 era riuscita a rendere tutto più stupidamente semplice. Distanziamento a scuola? Bando del ministero per i banchi a rotelle. Distanziamento nei locali? Plexiglass, massimo 6 persone al tavolo ma nessuna mascherina indossata una volta seduti. Sostentamento alle partite iva? Assegno da 600 euro da corrispondere con qualche mese di ritardo. Nota bene: nessuna di queste è stata una soluzione, ma col senno di poi, in effetti, è troppo facile asserirlo (o forse no?).

C’è chi aveva detto che il virus era morto, clinicamente s’intende. C’era anche chi aveva detto che ci sarebbe stata una seconda ondata nel periodo autunnale. Al tempo erano solo opinioni, voci stampate sulle pagine cartacee e digitali che si sfogliavano di tanto in tanto in vacanza.

Settembre ha sancito il crocevia di quella che doveva essere la vera rinascita. Di fatto, mentre inorriditi ascoltavamo la storia di Willy, giovane ragazzo capoverdiano ucciso in una rissa a Colleferro, assistevamo alla volontà dell’elettorato sul taglio dei parlamentari, alla poco preparazione di alcune regioni nella campagna vaccinale e ai mancati controlli sui trasporti, lì dove brulicava il contagio. Distratti, magari dall’incredibile vittoria di Joe Biden e Kamala Harris alle presidenziali in Usa, passavamo i nostri giorni attorniati dall’ombra di un nuovo lockdown mentre i contagi continuavano a crescere a dismisura. Scontavamo le colpe di un’estate passata all’insegna di quella libertà che ci era stata limitata in primavera. Le regioni prendevano colore, le nuove restrizioni richiamavano gli appuntamenti dei dpcm alle luci della ribalta e le piazze delle città pativano il nuovo coprifuoco.

Giuseppe Conte, il messaggio sulla riapertura della scuola

L’incubo della Dad è tornato, così come la chiusura dei ristoranti e il timore di doversi ritrovare a contare ancora nuovi morti per covid in Italia. Così è stato. Di nuovo in prima linea, ancora una volta a rincorrere una curva epidemica che ormai c’era sfuggita dalle mani. Ci siamo fermati di nuovo. Abbiamo salutato due eterni campioni come Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, ricordandoci che questo poco poetico 2020 ci ha portato via anche Ezio Bosso, Ennio Morricone, Franca Valeri e Gigi Proietti.

Terapia intensiva

Adesso tiriamo le somme e attendiamo di capire se almeno a Natale non dovremmo sentirci dei criminali mentre sediamo al tavolo del cenone con le nostre famiglie, nonostante vestiremo una mascherina e stringeremo in mano il referto di un tampone covid negativo.

C’è rimasta una speranza, quella del vaccino, che di certo non redimerà niente di quanto terribilmente inaccettabile sia accaduto in questo 2020. Però magari, stigmatizzando il passaggio di quest’anno nefasto, sorrideremo. E alla domanda che chiede se il 2021 potrà mai essere peggiore dell’anno che lasciamo alle nostre spalle, amaramente risponderemo “Dobbiamo dircelo chiaramente, questo rischio c’è“.

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