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Il presidente di San Patrignano: “La nostra è una storia fatta da migliaia di storie, vanno tutte rispettate”

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In un'intervista a Notizie.it, il presidente della comunità spiega perchè San Patrignano è molto più degli episodi di violenza mostrati dalla docu-serie SanPa: "Quando racconti una storia devi raccontarla tutta".

SanPa luci e ombre di San Patrignano intervista
San Patrignano. Comunità. Vincenzo Muccioli con ragazzi comunità.Fiumana.

“Sono quello che sono grazie a San Patrignano e a Vincenzo Muccioli, ma anche nonostante San Patrignano e Vincenzo Muccioli”. Si chiude così, con le parole di Fabio Cantelli (ex ospite e responsabile dell’ufficio stampa della comunità), la discussa docu-serie Netflix SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, ideata da Gianluca Neri e scritta con Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli.

Perché è proprio lì, tra luce e ombra, che resta sospesa la storia della comunità e del suo fondatore.

È difficile ridurre a un giudizio univoco un’esperienza complessa come quella di San Patrignano, e forse non bisognerebbe neppure provarci. Su quella collina alle porte di Coriano riecheggia ancora il rumore delle catene ma anche le voci delle migliaia di ragazzi strappati all’inferno della tossicodipendenza. Qui convivono le storie di Roberto Maranzano e di Antonio Boschini, si ascoltano testimonianze di violenza e di redenzione.

Quando racconti una storia devi raccontarla tutta“, per dirla con le parole di Alessandro Rodino Dal Pozzo, ex ospite e oggi presidente di San Patrignano. In un’intervista a Notizie.it racconta la sua esperienza in comunità dall’85 a oggi, spiega in cosa consiste davvero il “metodo SanPa” e svela il lato intimo e nascosto di Vincenzo Muccioli.

Intervista ad Alessandro Rodino Dal Pozzo

Come comunità di San Patrignano, avete già rilasciato alcune dichiarazioni molto critiche sulla docu-serie.

Cos’ha provato quando ha visto per la prima volta “SanPa”?

Abbiamo diffuso un comunicato stampa in cui spieghiamo ampiamente la nostra posizione. Quello che vorrei sottolineare è che dissociarsi significa non riconoscersi in una produzione sbilanciata in cui si vuole far passare la violenza come metodo di San Patrignano. Quegli avvenimenti non qualificano la realtà prevalente di allora.

SanPa Netflix locandina

Lei è entrato a far parte della comunità come ospite negli anni Ottanta, dunque ha vissuto parte di quello che viene mostrato nella serie.

Esatto, sono arrivato a giugno del 1985. Ecco perché posso dire che quei casi di violenza non rappresentano la realtà che io e molti altri abbiamo vissuto. Certo, ci sono stati degli episodi terribili in alcune delle aree adibite al contenimento e alla gestione dei casi più difficili, ma molti di noi non erano neanche a conoscenza di determinate situazioni, se non per sentito dire. Pensi che ho scoperto quello che è successo a Fabio Cantelli (nella docu-serie racconta i suoi tentativi di fuga, la “chiusura” e come Muccioli per anni gli ha nascosto l’esito del suo test per l’Hiv, ndr) solo guardando la serie. Conoscevo Fabio ma vivevamo e lavoravamo in settori molto distanti, non avevamo una conoscenza ravvicinata.

Dunque non ha fatto esperienza delle catene e delle cosiddette “chiusure”?

No, la violenza non ha mai fatto parte del mio percorso, così come tanti altri. Non ho neppure mai provato a scappare. La complessità della realtà di allora è un tema ampio e delicato, ma posso dire che noi abbiamo prevalso, abbiamo trovato il bene attraverso persone che ce lo hanno fatto conoscere. San Patrignano è una storia fatta da migliaia di storie e vanno tutte rispettate.

Ha detto che l’errore della serie è far passare la violenza come metodo di San Patrignano. Qual era, allora, il vero metodo della comunità?

Un metodo basato sui principi di rispetto, di dedizione, e soprattutto sull’esempio. Questa era l’arma vincente. C’erano persone che cercavano di starti vicino, nella maniera giusta, e ti mostravano come trasmettere il bene agli altri. Questo non è cambiato, si è solo evoluto: l’accoglienza e l’altruismo sono il filo rosso che unisce ieri e oggi.

Non era l’isola felice, certo. Erano tempi duri, c’erano persone molto difficili, anche il contesto sociale era diverso. Non si sapeva bene cosa si nascondesse dietro ai problemi di droga. Da questo derivava anche una complessità di gestione. Io ero un ragazzino…

Quanti anni aveva quando è entrato in comunità?

Avevo vent’anni.

sanpa

Parlava dell’importanza dell’esempio. Il punto di riferimento principale era, naturalmente, Vincenzo Muccioli.

Non solo lui, ma anche le persone che erano qua insieme a lui per dedicarsi a noi. Chiaramente poi doveva entrare in gioco la capacità di raccogliere e utilizzare quell’esempio positivo nel modo migliore. Fare o non fare un percorso dipende sempre da te. Ma c’erano delle persone perbene, questo non può essere messo in discussione. Per fare del bene ci vogliono persone buone.

C’è qualcuno che si è allontanato dopo che sono venuti alla luce gli episodi di violenza?

Sicuramente. Per tanti di noi è stato difficile riconciliarsi con episodi terribili che sono avvenuti nella stessa casa dove noi stavamo facendo un percorso completamente diverso. Vivevamo la quotidianità in luoghi e modi ben lontani, non avevamo una visione d’insieme di quello che succedeva in comunità. Se su dieci cose fatte, otto sono state fatte bene e due male, non è giusto che queste due danneggiano le altre otto. Siamo stati descritti come se tutti agissimo in quel modo, è stato pesantissimo.

Nella docu-serie vengono mostrati diversi filmati e raccontati diversi episodi che fanno discutere. Uno dei più controversi, al di là di quelli che fanno ormai parte della cronaca giudiziaria, è quello delle lettere (la posta in entrata e in uscita veniva controllata da Muccioli e dai suoi aiutanti, ndr).

Certo che venivano aperte, però non per controllare cosa c’era scritto ma perché con la posta arrivavano buste di eroina, soldi, cartine per gli acidi. Stiamo parlando di una situazione in cui spesso i ragazzi avevano partner o familiari spacciatori. C’erano casi di padri che mandavano l’eroina ai figli per tenerli buoni mentre stavano in comunità. Ricordo un papà che la nascondeva in un orsacchiotto. È questo lo sbilanciamento di cui parlavo prima: quando racconti una storia devi raccontarla tutta, devi stare molto attento perché altrimenti rischi di dare solo una versione.

Un altro episodio controverso è quello dell’anello (una ragazza della comunità racconta a Muccioli di essere vittima di violenza sessuale e lui le risponde che è difficile infilare un anello in un dito se questo non sta fermo, ndr).

Non è un bel filmato, non fa passare un bel messaggio. Sinceramente l’ho anche trovato un po’ imbarazzante. Forse lo capisce solo chi conosceva personalmente Muccioli. Io avrei espresso quel concetto in modo molto diverso, ma lui aveva un modo tutto suo di dire le cose, anche con uscite che ti lasciavano un po’ perplesso.

Proprio la figura di Muccioli è il vero perno della docu-serie e della stessa San Patrignano. Com’era e cos’ha significato per lei che lo ha conosciuto?

Vincenzo è riuscito a instaurare con chiunque un rapporto forte e personale, intimo, anche se a volte difficile. Tutti coloro che l’hanno vissuto possono capire quello che sto dicendo. Io ho avuto un rapporto leale con Muccioli, così come l’hanno avuto tanti altri ragazzi. Abbiamo preso le cose che diceva, le abbiamo fatte nostre e abbiamo cercato di usarle per la nostra crescita.

Copertina Tutto in un abbraccio

Qual è il ricordo più significativo che ha di Muccioli?

Vincenzo si ricorda per gli abbracci. Il suo abbraccio smorzava la tensione e assorbiva la sofferenza che in quel momento provavi (e ne potevi provare tanta in questo percorso). L’abbraccio è rimasto ancora oggi il filo conduttore di San Patrignano dal momento dell’ingresso, è lo stesso abbraccio che ritrovi nel percorso nei momenti di dolore e che poi si trasforma nel saluto finale quando il ragazzo si reinserisce. Quando Giorgio Gandola ha scelto il titolo Tutto in un abbraccio per il libro che ha scritto mi ha dato un’emozione grandissima.

In comunità ha avuto modo di incontrare anche i Moratti?

Certo, li ho visti subito, a pochi giorni dal mio ingresso. È stata una scoperta vedere lì personaggi della Milano di un certo tipo, persone che potevano essere ovunque e che invece passavano il weekend in mezzo ai ragazzi per aiutarli. Letizia Moratti in cucina pelava le patate, contenta, come se fosse una ragazza qualsiasi. Sono sempre stati molto discreti e rispettosi. Anche questo rappresenta la realtà di allora.

Mensa Sanpa distanziamento

Com’è oggi San Patrignano?

La comunità oggi è più formata, più strutturata. Non possiamo rinnegare la nostra storia, non vogliamo nemmeno, anche se racchiude episodi davvero pesanti. Non vogliamo dire che questi ragazzi sono tutti felici e contenti, ma oggi non abbiamo situazioni di contenimento né di violenza, al massimo qualche litigio. Negli ultimi dieci anni abbiamo avviato anche un programma di prevenzione e diamo particolarmente importanza all’attività di reinserimento, di formazione scolastica e professionale. L’anno scorso abbiamo avuto 105 ragazzi iscritti alla scuola e decine che hanno fatto corsi di formazione. Abbiamo laboratori di artigianato e nel settore agroalimentare. Oggi la comunità è un posto dove puoi trovare delle risposte, mettere a posto la tua vita e tornare nella società.

Che conseguenze ha avuto la pandemia sulla comunità? C’è stato un incremento di richieste per entrare a San Patrignano?

Sì, abbiamo avuto tantissime richieste che non siamo riusciti a soddisfare a causa delle restrizioni. Durante il lockdown molte famiglie hanno scoperto le problematiche dei figli, così come molti adulti hanno cominciato a bere e fumare o a usare sostanze dopo aver perso il lavoro per una depressione. Non stiamo parlando solo di ragazzini. C’è poi il tema della cannabis. Tra gli ingressi abbiamo registrato un aumento dei casi di dipendenza da cannabis. Negli anni ’80/’90 questo problema non era rilevato perché tutto era oscurato dalla questione delle droghe pesanti, prima fra tutte l’eroina.

Giornalista pubblicista classe 1994, nata in provincia di Monza e Brianza, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.


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Lisa Pendezza

Giornalista pubblicista classe 1994, nata in provincia di Monza e Brianza, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.

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