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San Patrignano, la storia: cosa c’è di vero nella serie tv Netflix SanPa?

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Dalla nascita nel 1978 fino ai processi a carico di Vincenzo Muccioli: la storia di San Patrignano narrata dalla serie tv di Netflix SanPa.

A pochi giorni dalla sua pubblicazione non ha mancato di destare polemiche la docu-serie di Netflix Italia dedicata alla storia di San Patrignano, la comunità di recupero per tossicodipendenti che da decenni è al centro di aspri dibattiti tra i sostenitori del cosiddetto metodo Muccioli e chi invece ne ha più volte denunciato le controversie.

Per poter capire meglio i fatti narrati all’interno del documentario SanPa è però necessario chiarire la storia della comunità e dei suoi fondatori, nonché il contesto sociale italiano dell’epoca.

La storia di San Patrignano

San Patrignano è una comunità di recupero – la più grande d’Europa – fondata nel 1978 tra le colline di Coriano, comune in provincia di Rimini, su iniziativa di Vincenzo Muccioli, imprenditore romagnolo che da allora decise di impegnarsi a tempo pieno nella cura e nell’assistenza ai tossicodipendenti.

È proprio in quegli anni infatti che in Italia e in Europa si assiste alla drammatica esplosione del fenomeno dell’eroina, documentato anche da libri celebri come Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, che accompagno il cosiddetto periodo del “riflusso”, vale a dire il progressivo abbandono dell’impegno politico (che caratterizzò gli anni dal ’68 al ’77) da parte delle generazioni più giovani sostituito da un senso di disillusione che porta purtroppo molti a cadere nel vortice della dipendenza da sostanze.

Gli inizi della comunità

È in questo contesto che Muccioli decide di aprire un centro di recupero per ragazzi tossicodipendenti, dapprima utilizzando alcuni capannoni agricoli del suo podere di Coriano e in seguito trasformando San Patrignano in una realtà più strutturata, caratterizzata da una concezione del recupero fortemente proibizionista che non consentiva l’utilizzo di psicofarmaci o metadone per far uscire le persone dalla dipendenza.

Ciò che Muccioli offriva agli ospiti della comunità era infatti un modello di tipo ambientale, basato sulla vita in comune, sull’obbedienza alle regole e soprattutto sull’amore, come dirà lui stesso in una delle tante interviste da lui rilasciate negli anni successivi.

Le prime controversie

Il modello idilliaco e positivo che traspare dalle parole del fondatore di San Patrignano viene però scalfito nel corso degli anni ’80. Nel 1983 Muccioli viene infatti processato con l’accusa di sequestro di persona e maltrattamenti per aver letteralmente ridotto in catene alcuni ospiti della comunità di recupero. Processo dal quale venne successivamente assolto in Appello nel 1987, con sentenza confermata dalla Cassazione nel 1990.

L’immagine di San Patrignano era stata tuttavia irrimediabilmente intaccata e l’Italia iniziò ben presto a dividersi in due tra chi condannava la comunità e il suo fondatore, accusandolo di comportarsi come un padre-padrone, e chi invece difendeva a spada tratta i metodi duri usati da Muccioli per combattere la tossicodipendenza, affermando che, nel complesso, le vite salvate da San Patrignano contassero di più rispetto agli episodi oscuri che avvenivano nella struttura. Tra i difensori di Muccioli vi furono all’epoca anche personaggi di spicco come il giornalista Indro Montanelli e l’attore Paolo Villaggio, il cui figlio Piero fu ospite a San Patrignano proprio in quegli anni.

Il secondo processo a Muccioli

Al primo processo ne seguì successivamente un altro nel 1994, che vide Muccioli condannato a otto mesi di carcere – con sospensione della pena – per favoreggiamento e assolto dall’accusa di omicidio colposo. I fatti di cui era imputati erano quelli concernenti l’omicidio di Roberto Maranzano, avvenuto all’interno della comunità nel 1989 e per il quale gli autori materiali sono stati condannati a 6 e 10 anni di carcere.

L’accusa di favoreggiamento nei confronti di Muccioli giunse dopo alcune dichiarazioni dello stesso fondatore, che ammise di essere venuto a conoscenza dell’omicidio, ma di non averlo denunciato per proteggere la comunità. Muccioli morì pochi mesi dopo la condanna il 19 settembre del 1995, per cause che non furono mai rivelate al pubblico.

San Patrignano oggi

Con la morte del fondatore la comunità è passata di mano al figlio Andrea Muccioli e successivamente nel 2011 a Letizia Moratti, che a partire dagli anni ’80 aveva preso a cuore San Patrignano assieme al marito Gian Marco Moratti.

Oggi la comunità ospita circa mille persone, costantemente seguiti da educatori, psicologi e psichiatri, anche se al contrario di un tempo ora non vengono più accettati tossicodipendenti in astinenza. All’interno della comunità sono inoltre presenti corsi di laurea in collaborazione con università telematiche e laboratori per l’avviamento al lavoro, in modo da facilitare il rientro in società degli ex tossicodipendenti. Anche la tipologia di ospiti si San Patrignano è cambiata nel corso degli anni, con una diminuzione delle persone dipendenti dalla sola eroina e un aumento dei cocainomani e dei cosiddetti poliassuntori, vale a dire persone che assumono più di una sostanza.

Nato a Milano, classe 1993, è laureato in "Nuove Tecnologie dell’Arte" all’Accademia di Belle Arti di Brera. Prima di collaborare con Notizie.it ha scritto per Il Giornale.


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Jacopo Bongini

Nato a Milano, classe 1993, è laureato in "Nuove Tecnologie dell’Arte" all’Accademia di Belle Arti di Brera. Prima di collaborare con Notizie.it ha scritto per Il Giornale.

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