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San Patrignano, il responsabile terapeutico: “SanPa mi ha fatto mettere in dubbio la mia stessa storia”

Intervista ad Antonio Boschini, ex ospite e oggi responsabile terapeutico di San Patrignano, uno dei volti della docu-serie Netflix "SanPa".

san patrignano intervista al dottor antonio boschini

C’è una storia che spicca tra quelle che si intrecciano in SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, la docu-serie Netflix sulla comunità di recupero per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli. È quella del dottor Antonio Boschini, ex ospite della comunità di cui oggi è responsabile terapeutico.

A differenza di tanti altri, che come lui hanno vissuto in prima persona la stagione degli scandali, non ha mai abbandonato San Patrignano a cui, anzi, ha scelto di dedicare tutta la sua vita.

Una lealtà (“non tanto a Muccioli, troppo lontano dalla mia persona, ma a un ideale”) che non gli ha impedito di provare un forte senso di smarrimento nel vedere SanPa: “È stato un pugno nello stomaco. Mi ha fatto mettere in dubbio la mia stessa storia“.

In un’intervista a Notizie.it, il dottor Boschini ripercorre il momento in cui ha visto la serie insieme ai propri figli (“si sono arrabbiati, abbiamo litigato“), critica chi “non ha saputo o, temo, voluto” realizzare un prodotto onesto su una realtà tanto complessa e spiega e perché, nonostante le innegabili colpe che macchiano il passato di San Patrignano, “quello che stiamo facendo è giusto e dobbiamo continuare a farlo“.

antonio boschini san patrignano

Intervista al dottor Antonio Boschini

Oggi è il responsabile terapeutico della comunità, ma da giovane, negli anni Ottanta, è stato uno dei suoi primi ospiti. Come è arrivato a San Patrignano?

La mia famiglia è di Faenza, ma quando avevo 16 anni ci siamo trasferiti a Verona. Lì non avevo amici e ho iniziato a fare uso di droghe. Fino ai 18 anni sono riuscito a condurre una sorta di doppia vita, ma una volta finito il liceo il problema è esploso: ho cominciato a far uso di sostanze tutti i giorni, ho sviluppato una forte dipendenza fino ad andare in overdose. Ho visto i miei genitori allo stremo e ho deciso di smettere. Avevo già fatto vari tentativi con psichiatri e psicologi, mi ero fatto ricoverare sette-otto volte per tentare di disintossicarmi ma non appena venivo dimesso ricominciavo subito. Allora chiesi di poter andare in una comunità. Rimasi colpito da San Patrignano perché era l’unica gestita da un laico.

Telefonai e Muccioli mi diede appuntamento uno o due giorni dopo. Era il 4 aprile del 1980, avevo 22 anni. Vincenzo mi accettò e mi disse: “O ti fermi subito o non farti più vedere“. E così sono rimasto. Ricordo che quella notte, pur stando male fisicamente per l’astinenza, ho provato una certa tranquillità. Sentivo di essere arrivato in un posto in cui sarei rimasto.

Ed è stato così?

In realtà durante i primi sette mesi sono scappato più volte. Però non mi sono mai venuti a prendere, tornavo sempre con le mie gambe dopo aver fatto uso di sostanze. Sapevo di non poter andare a casa, avevo ben chiaro che ero in comunità per non far star male i miei genitori. Li avevo visti davvero in crisi.

Che impressione le ha fatto Muccioli al vostro primo incontro?

Una buona impressione, mi sembrava molto aperto. Avevo già avuto a che fare con tanti psicologi e psichiatri che mi avevano sempre fatto sentire come un semplice oggetto del loro studio. Volevano capire cosa c’era che non andava nella mia testa, c’era un rapporto troppo distaccato.

Con Muccioli, invece, è stato diverso?

Sì, ma il nostro rapporto non è sempre stato così semplice: già nei primi giorni dopo il mio arrivo è diventato molto conflittuale. Ho studiato a lungo quest’uomo, anche in maniera molto critica. Cercavo di capire se c’era del marcio dietro, quali potevano essere i suoi secondi fini. Ricordo che io e altri ragazzi ci sentivamo in una sorta di Grande Fratello: pensavamo che nella comunità ci fossero delle telecamere per spiarci, ci sentivamo in una setta in cui tutti conoscevano i nostri pensieri. Questo lo dico per sottolineare che il tossicodipendente non è uno sciocco che si fa abbindolare dal primo che passa, anzi è tendenzialmente molto diffidente perchè è abituato a vivere in mezzo a persone che cercano di fregarlo.

Ha citato la parola “setta”: c’entrano qualcosa le cosiddette messe nere?

A me Vincenzo non ha mai parlato delle messe nere, delle stimmate, delle sedute spiritiche. Girava voce che lui e alcuni suoi collaboratori vi partecipassero, ma quando aprì la comunità decise di smettere. In ogni caso io non ero assolutamente interessato a questo genere di cose quindi lui non me ne parlò mai.

Com’era la vita in comunità?

Sono stati anni durissimi dal punto di vista psicologico. La droga copre sempre dei problemi non risolti che hai accumulato nell’infanzia e che non hai mai affrontato, anzi, ti sei drogato apposta per non doverli affrontare. Problemi che riguardano il rapporto con te stesso e il rapporto con gli altri, insicurezze, ansie, drepressioni. Con la droga passa tutto. Quando smetti, al di là dell’astinenza fisica, devi affrontare tutti questi mostri che tornano a galla. Alcuni giorni questi mostri sono insopportabili e vuoi scappare. Ma per giustificare la fuga a te stesso senza sentirti in colpa hai bisogno di demolire il luogo e le persone che ti hanno accolto, così cerchi di trovare qualcosa che non va.

Come la aiutava Muccioli in questi momenti?

Quando stavo male andavo a parlare con lui, riusciva a farmi cambiare il mio modo di vedere me stesso e di conseguenza il mondo. Dopo mezz’ora insieme mi sentivo meglio, positivo e motivato ad andare avanti. Non erano miracoli, non era uno psicologo, ma aveva questa grande capacità.

Cos’ha provato nel vedere la docu-serie SanPa?

L’ho guardata insieme ai miei due figli, uno di 21 anni e l’altro di 18. È stato un momento strano e difficile. Il minore si è molto arrabbiato con me perché non gli avevo mai parlato del mio passato. Non ho mai avuto problemi a condividere la mia storia ma mi vergogno profondamente a parlarne con i miei figli. Sapevano che ho fatto uso di droghe e che sono stato in comunità, ma non conoscevano i dettagli.

La comunità, anche attraverso il suo presidente Alessandro Rodino Dal Pozzo, ha condannato la serie perché non rappresenta in modo oggettivo la San Patrignano degli anni Ottanta-Novanta. È d’accordo?

Le prime due puntate mi sembrano equilibrate, ma le altre sono state un pugno nello stomaco. Mi hanno fatto mettere in dubbio la mia stessa storia. Sono rimasto a San Patrignano perché mi sono ispirato a Vincenzo Muccioli. Anzi, non a Vincenzo Muccioli, perché mi sembrava troppo lontano dalla mia persona. Mi sono ispirato più ai suoi collaboratori, all’idea di dedicarsi completamente a una causa, a un ideale, cioè quello di dare agli altri lo stesso privilegio che ho avuto io: recuperare la completa indipendenza e avviare un percorso professionale. Dopo aver visto queste puntate ho cominciato a domandarmi: ma dove ho vissuto? Chi era quest’uomo? Mi sono ispirato a una persona violenta, narcisista?

Poi, però, quando vado in giro per la comunità e vedo persone che fino a due mesi prima erano in crisi e ora sono sorridenti, che vivono e che ogni giorno cercano di migliorare e di imparare, allora mi dico: quello che stiamo facendo è giusto e dobbiamo continuare a farlo.

Il problema di SanPa è che hanno creato un concentrato del negativo. Non è “luci e ombre”, come vuol far credere il titolo: io di luce non ne ho vista neanche una. Sono convinto che il documentario non sia stato fatto con lo scopo di arrivare alla verità. Chi l’ha realizzato aveva già in mente una sua verità e ha costruito la serie a conferma di quello che era già nella sua testa.

sanpa luci e ombre di san patrignano

Qual è il dettaglio della serie che l’ha fatta più soffrire?

Mi ha fatto stare male sentir parlare il figlio di Maranzano (Roberto Maranzano, morto in comunità in seguito a maltrattamenti, ndr) e il gemello di Natalia (Natalia Berla, morta suicida in comunità, ndr). Non ha senso dire “sono morti due o tre per salvarne mille”: a quelle famiglie non interessa niente di quei mille. Hanno mandato a San Patrignano dei familiari per ritrovare la vita e invece lì sono morti. In quegli anni, però, abbiamo dovuto difenderci da chi ci attaccava perché altrimenti ci avrebbero costretto a chiudere.

Lei era a conoscenza degli episodi di violenza di quel periodo?

Negli anni Novanta, gli anni di Maranzano, la comunità non era gestita con la violenza. Avevamo appartamenti universitari a Urbino e a Bologna – dove viveva lo stesso Fabio Cantelli (uno degli ex ospiti che compaiono nella docu-serie, ndr) – e centinaia di persone andavano ogni giorno a Rimini per studiare. Io stesso andavo e venivo da Verona, quindi non c’era alcun tipo di chiusura. Chi non conosce San Patrignano e vede quella serie non capisce com’era allora. È vero però che c’erano due aree, la macelleria e la manutenzione, gestite da persone violente. Questa è una colpa di San Patrignano e di Vincenzo che ha delegato a persone che non ne avevano le capacità.

La sua è una testimonianza significativa nella serie: è uno dei pochi che, dopo gli scandali e le vicende giudiziarie, non ha preso le distanze dalla comunità.

Sì, ma ho l’impressione che certe mie risposte siano state tagliate e montate a modo loro. Per esempio, quando mi hanno chiesto della morte di Muccioli io ho risposto “non potete farmi queste domande“: come medico, non posso né dire che è morto di Aids né escluderlo, perché farei qualcosa di non deontologicamente corretto. Ho dato una risposta completa, invece loro hanno mostrato solo una frase e poi un mio sorriso quasi inquietante, allusivo. Non è una riproduzione fedele. Tutto mi fa pensare che non c’è stata onestà. A distanza di trent’anni l’idea di realizzare un prodotto su San Patrignano, anche in chiave critica, era interessante, ma bisognava mostrare davvero il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il giusto e lo sbagliato. Questa cosa o non sono riusciti a farla o, temo, non hanno voluto farla.

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