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L’opinione di Giampiero Casoni

TikTok è solo il grilletto, il dito che lo preme siamo noi

Se non impariamo a discernere fra la pistola che può sparare in ipotesi e il dito che la fa sparare con certezza, quel dito ce lo ritroveremo sempre macchiato.

tiktok

Un martello pianta chiodi. Non è stato fatto per sfondare crani e uccidere, però può farlo. Così come un’auto: conduce gente a fare cose, non certo verso la morte, ma può farsi bara di lamiera. Con i social questa regola tanto banale e babbiona si è invece fatta un po’ più evanescente, nel senso che nella cultura di massa essi paiono essere strumento diabolico per insita natura, non per aberrazione di utilizzo.

Roba manichea, roba a prescindere, roba di comodo, a voler essere un filino cinici. È il banalume che avanza e che per paradosso amarissimo contrafforta se stesso proprio nell’ambito che vorrebbe censurare. Cioè sui social, dove l’intestino crasso del paese si fa modello di didattica avanzata e di etica solenne e cazzia il posto stesso da cui parte il cazziatone. E non bisogna neanche pensarci troppo bene per capire che loro, i social, sono come tutte le altre cose dell’universo: di genesi innocua e di utilizzo a volte letale, come una caramella dolcissima che puo’ strozzarti.

Perché anche essi esistono nella misura in cui dovrebbero esistere regole che ne normino l’uso.

Ed è qui che il nervo scoperto affiora come un boa infernale. Perché quelle regole sono si appannaggio diretto di chi i social li crea, ma lo sono anche e sopratutto di chi i social li usa e di chi controlla chi e come li usi. Non ce n’è: il web è zona franca da leggi perché immensa negli ambiti e perché la giurisprudenza tematica non deve mai essere succedaneo del buon senso, al più una sua estensione più rigida.

Non giriamoci più intorno e usciamo dalla fanghiglia delle enunciazioni di maniera, questa non è materia da preamboli pelosi: permettere che i nostri figli bazzichino con i sessappigli sornioni del web fin dall’età in cui dovrebbero incerottarsi le ginocchia è da pazzi. E troppo spesso è una follia che non è figlia dell’ignoranza sul tema, ma madre della pigrizia beota che spinge ad ignorare quel tema. Perché siamo diventati genitori stanchi e abulici, abbiamo scoperto le infinite possibilità offerte dal lasciare i nostri figli inebetiti davanti a quegli schermi.

Perché i nostri sogni geriatrici di giovinezza perduta ma resuscitabile sono spalmati languidi e scemi sul tempo che ci mettiamo a decidere che “in fondo non c’è nulla di male”.

E ci ritroviamo, drogati di un dinamismo sociale estremo che non ci dovrebbe appartenere più, con i nostri bambini gettati in pasto a mondi oscuri. Pargoli inermi davanti alla Bocca Ringhiante mentre noi ci godiamo la partita, o lo shopping on line, o la schiacciatina sindacale con il coniuge. E giusto mentre facciamo della nostra età perduta un Lazzaro sornione diventiamo ciechi. E non vediamo che la nostra carne va in olocausto a posti dove si fa a gara per soffocarsi e dove l’ossessione di apparire è peso troppo grande per le piccole spalle che se lo prendono in carico.

Non spetta a noi stabilire se questo sia stato il caso della povera Antonella, non tocca a noi aggiungere dolore grande a dolore immenso. Però il dato resta: e il dato è che se non impariamo subito a discernere fra la pistola che può sparare in ipotesi e il dito che la fa sparare con certezza quel dito ce lo ritroveremo sempre macchiato. Macchiato del sangue di chi abbiamo messo al mondo, di chi poi per quel mondo abbiamo sperso rincorrendo il sogno cretino di una genitorialità comoda. E sarà troppo tardi per capire che in questo, di mondo, essere Peter Pan significa essere uguali a Capitan Uncino.

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