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L’opinione di Sara Giudice

Scuole chiuse, abbiamo esaurito le risposte per i nostri figli

E anche noi mamme, più danneggiate lavorativamente rispetto ai papà, non sappiamo più a cosa appellarci.

scuole chiuse mai più sulle spalle dei nostri figli

Che colore siamo: rosso, arancione scuro o arancione chiaro? Sembra una canzoncina di Cristina D’Avena, manca solo il ritornello, e invece è la domanda quotidiana dei genitori italiani in epoca Covid. Bisogna solo sperare di capitare nel girone giusto dell’arcobaleno delle regioni che segnano in maniere indelebile il destino della nostra quotidianità.

I contagi del Coronavirus, complici le varianti e la terza ondata (che nemmeno doveva esistere), hanno ripreso a correre e così è ripartito il teatrino impazzito delle chiusure scolastiche, è tornata a risuonare la parola “dad”, con la grande novità destinata ai bambini delle scuole elementari.

E pensare che madri e padri impazziscono ogni giorno per evitargli la droga degli schermi: dal telefonino, al tablet, alla televisione. Ora invece anche per loro è la modalità di interazione con il mondo, scuola compresa.

Dovremmo farci noi genitori l’abitudine e anche loro, i bambini, ai quali fino a ieri abbiamo insegnato scrupolosamente ad usare tutti gli accorgimenti necessari per non infettarsi: “usate le mascherine”, “non abbracciatevi”, “non baciatevi” e altre mostruosità del genere che con fatica abbiamo digerito in nome dell’interesse pubblico.

E ben venga l’interesse pubblico e il sacrificio per proteggere i più fragili ma ora le risposte per i nostri figli le abbiamo esaurite.

Non sappiamo più quale storia raccontargli, come essere ancora credibili, non sappiamo più a cosa aggrapparci per fargli digerire questa ulteriore privazione. Nessuna interazione con i vostri amici, con le vostre insegnanti, imparate le lezioni dagli schermi, imparate a leggere e scrivere sperando nella clemenza delle vostre connessioni Internet. Neanche Black mirror avrebbe saputo raccontarlo meglio.

A oltre un anno esatto dal primo lockdown, con le aule rimaste chiuse fino a giugno per quasi cento giorni di fila, siamo ripiombati nel pantano, con l’aggravante di tutta la stanchezza dell’anno passato. Nel frattempo la dad ha cambiato il nome ma non la sostanza: ddi, didattica digitale integrata.

Non ci stiamo occupando dei nostri bambini e non ci stiamo occupando nemmeno della salute delle famiglie. Famiglie in smartworking completamente esaurite da tempi e spazi ridotti, dispersione scolastica al 25%, divario enorme tra Nord e Sud non degno di un paese civile. Che ne sarà di quei ragazzini per il quale la scuola rappresenta non solo il luogo di costruzione del loro domani ma anche una fuga, un’alternativa alle mura domestiche che non sempre rappresentano le situazioni più idilliache?

Sembriamo ingrati noi genitori, sembriamo egoisti quando chiediamo chiarezza per il futuro dei nostri figli. Chiarezza significa vivere in un Paese che si pone la questione della famiglia tout court, che rende conto ai suoi cittadini, che gli presenta un progetto per il futuro, una via di uscita.

Ancora una volta, saranno le donne le più penalizzate. Su 101 mila nuovi disoccupati, 99 mila sono donne dice l’Istat. E dietro ogni numero c’è una storia, un volto, un sacrificio, un talento andato perduto e che si doveva salvare. Sembriamo tornate indietro di troppi anni, conquistati con fatica e sudore.

Quanto può contare una donna sulla comprensione del datore di lavoro che si sente continuamente dire che non potrà lavorare? Come vengono cresciuti i bambini che rimangono a casa? E chi non può chiedere il congedo? Arriveranno mai i soldi del bonus baby sitter e se non li ho come la pago nel frattempo?

Serve un patto chiaro, risposte chiare. Se un lockdown generale sarà necessario per portare avanti la vaccinazione con meno rischi possibili, saremo disposte anche questa volta a sacrificarci tenendo a casa i nostri figli e privandoli ancora della loro vita ma vogliamo vedere la luce, vogliamo sapere cosa ci aspetta e per cosa li stiamo sacrificando. Così si fa tra persone adulte, mai più sulle spalle dei nostri figli.

Sara Giudice, milanese di nascita e apolide nel cuore, classe 1986. Laureata in Lingue e Comunicazione alla Iulm di Milano e master in comunicazione presso la business school del sole 24 ore. Cresciuta a pane e politica, è grazie ai libri di Oriana Fallaci che esplode la sua passione giornalistica. Ha iniziato la carriera televisiva presso la televisione americana Class Cnbc come inviata politica. Arrivata a La7 lavora prima per la trasmissione In Onda poi per PiazzaPulita, collabora con Il Fatto Quotidiano e l'Inkiesta. Nel 2017 ha vinto il premio Giancarlo Siani con un'inchiesta sul traffico illecito di rifiuti a Roma, nel 2019 il Premio Maurizio Rampino con un'inchiesta sulla criminalità ad Afragola. Insieme ad altri colleghi ha scritto il libro "Italia sotto inchiesta" pubblicato da Meltemi. Il mio motto? "Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla".


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Sara Giudice, milanese di nascita e apolide nel cuore, classe 1986. Laureata in Lingue e Comunicazione alla Iulm di Milano e master in comunicazione presso la business school del sole 24 ore. Cresciuta a pane e politica, è grazie ai libri di Oriana Fallaci che esplode la sua passione giornalistica. Ha iniziato la carriera televisiva presso la televisione americana Class Cnbc come inviata politica. Arrivata a La7 lavora prima per la trasmissione In Onda poi per PiazzaPulita, collabora con Il Fatto Quotidiano e l'Inkiesta. Nel 2017 ha vinto il premio Giancarlo Siani con un'inchiesta sul traffico illecito di rifiuti a Roma, nel 2019 il Premio Maurizio Rampino con un'inchiesta sulla criminalità ad Afragola. Insieme ad altri colleghi ha scritto il libro "Italia sotto inchiesta" pubblicato da Meltemi. Il mio motto? "Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla".

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