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Strage di piazza Fontana a Milano: la storia dell’attentato

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Era il 12 dicembre del 1969 quando 17 persone rimasero uccise in Piazza Fontana a Milano, nell'attentato messo in atto da Pietro Valpreda.

strage piazza fontana milano
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La strage di piazza Fontana a Milano rappresenta uno degli atti terroristici più gravi che riguardano la storia del nostro Paese. Era il 12 dicembre del 1969, periodo in cui le forti tensioni sociali e politiche stavano iniziando a sfociare in manifestazioni sempre più gravi, con diversi scontri anche tra le forze dell’ordine e gli stessi manifestanti.

Strage di Piazza Fontana : la storia

Durante la mattinata, nulla faceva presagire che, alcune ore più tardi, 17 persone avrebbero perso la vita. Il luogo dell’attentato era la Banca Nazionale dell’Agricoltura, che si trovava proprio in Piazza Fontana: durante quella giornata l’ente si ritrovava costretto a dover servire un numero elevato di clienti, molti dei quali provenienti dalla provincia di Milano. Questo accadde in quanto la suddetta banca, all’epoca, era una delle poche che permetteva ai suoi clienti di recarsi anche nel primo pomeriggio per richiedere i servizi proposti dallo stesso ente.

Le altre banche, generalmente, chiudevano la sera o comunque non offrivano le loro prestazioni oltre le ore 16,30. La Banca Nazionale dell’Agricoltura, invece, si trovò costretta a dover servire una buona quantità di clienti: pertanto, durante quella giornata, la banca non avrebbe chiuso finché tutti i clienti non avessero ricevuto almeno una consulenza.

Alle ore 16.37 avvenne la strage: un ordigno, posizionato nella parte centrale del soffitto della banca e caratterizzato da 7 chili di tritolo, venne fatto esplodere.

Questo causò la morte di 15 delle 17 persone che persero la vita: la prima delle due vittime postume all’esplosione morì in ospedale mentre, la seconda, perse la vita un anno dopo a causa di grosse complicazioni respiratorie e non solo dovute appunto dalla stessa esplosione. Altre 80 persone rimasero ferite in maniera più o meno grave dopo l’esplosione.

Strage di Piazza Fontana: le indagini

Il prefetto Libero Mazza, dopo aver avvisato le massime cariche politiche e aver espresso la teoria che si basava sulla ricerca dei colpevoli dell’attentato, indagando sui diversi anarchici che in quel periodo stavano terrorizzando l’Italia, decise di avviare le indagini.

Il primo sospettato fu Giuseppe Pinelli, già noto alle forze dell’ordine per essere uno degli esponenti della corrente anarchica che stava caratterizzando l’Italia.

Già prima dell’attentato di Piazza Fontana, Pinelli venne accusato di atti di vandalismo e per coinvolgere tante persone nelle sue diverse azioni criminali e proprio per tale motivo venne identificato come il maggior indiziato. Pinelli venne interrogato per diversi giorni, ma le forze dell’ordine non riuscirono a trovare una vera e propria prova determinante per il suo arresto.

A complicare la situazione fu la morte improvvisa dello stesso Pinelli che, secondo quanto riportato dall’autopsia, cadde dal quarto piano dell’ufficio del procuratore, a causa di un malore.

Secondo altre fonti, Pinelli decise di togliersi la vita per evitare di far ricadere la colpa su colui che poi venne identificato come il vero colpevole dell’attentato, ovvero Pietro Valpreda. Furono diverse le testimonianze che permisero alle forze dell’ordine di avere le prove tangibili e utili per arrestare l’anarchico, il quale venne accompagnato presso la banca da un tassista qualche giorno prima dell’attentato: l’autista sostenne che Valpreda possedeva un pacco di dimensioni medie il quale, secondo gli inquirenti, conteneva la bomba. Valpreda venne quindi condannato per l’attentato e il caso, seppur con molta fatica, venne dichiarato chiuso.

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