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Detroit, papà prende a pugni l’assassino della figlia in tribunale
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Detroit, papà prende a pugni l’assassino della figlia in tribunale

Dwayne Smith è un padre al quale la figlia Jamila è stata tolta nel peggiore dei modi, uccisa, per giunta con la complicità della madre, Jasmine Gordon.

Era il settembre del 2014 quando Jamila, allora 3 anni di età, veniva portata in ospedale proprio dalla madre. La bambina era in condizioni gravi e sul suo corpo il personale medico aveva trovate inequivocabili tracce di maltrattamenti e violenze. 3 anni di età e un destino crudele, una situazione che l’ha portata alla morte. Per Jamila, infatti, i medici non hanno potuto fare nulla.

Dwayne non c’era, perché la moglie Jasmine lo aveva lasciato per mettersi con un altro uomo, Clifford Thomas, con il quale viveva insieme alla bambina.

Ma Dwayne c’era invece ieri, in una luminosa sala di un palazzo di giustizia, a Detroit, per la celebrazione del processo per l’omicidio di sua figlia, seduto a poca distanza da Jasmine e Clifford.

Ha osservato quei due a lungo, cercando di mantenere la calma – chissà quante volte si era immaginato il momento – ma, all’improvviso, una sola immagine deve avergli occupato la mente, quella della figlia Jamila, sorridente o intenta a giocare o appena nata.

Una sequenza di immagini, in realtà, come quelle che ogni padre ha stampate nella memoria per ogni figlio o figlia, che si susseguono e che devono potersi arricchire ogni giorno, in modo che ce ne sia sempre una nuova a superare il passato.

Un gioco mentale che non può interrompersi se non con un dolore insopportabile, come è capitato proprio a Dwayne.

Allora quelle immagini non sono più le più belle della vita, ma le più insopportabili, perché non si può fare a meno di guardarle, nonostante lo strappo che sono in grado di provocare nel cuore.

Si capisce bene, perciò, la reazione di Dwayne, quando, all’improvviso, è scattato dalla sedia e si è lanciato verso Clifford Thomas come una furia, iniziando a colpirlo al volto, con i pugni carichi della rabbia e della forza di un genitore che affronta chi gli ha portato via prima la famiglia, poi la figlia.

Il mondo del diritto e le aule in cui tale diritto viene celebrato ogni giorno rappresentano una delle maggiori conquiste culturali del mondo avanzato.

Di questo non bisogna dubitare.

Allo stesso modo, però, non bisogna dubitare della profonda spaccatura fra l’esigenza di rispettare il diritto e la reazione animale scritta nel nostro patrimonio genetico, quell’informazione ancestrale che dice che no, i figli non si possono toccare.

Saggia, tenuto conto di tutto, la decisione del giudice di quel tribunale di Detroit, che ha proibito a Dwayne di assistere al processo, d’ora in avanti, ma senza accusarlo di alcun reato.

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