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Djokovic, il terzo incomodo “Dura ballare con Rafa e Roger”

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Il terzo uomo è simpatico e intelligente, oltre a essere un ottimo tennista. È serbo, ma ride e scherza pure in italiano, per via dell’ex coach, Riccardo Piatti (che, moralmente, preferì continuare il cammino con Ivan Ljubicic), ed è un grande imitatore e show-man.

Peccato solo che, a 23 anni, nel pieno delle legittime aspirazioni “da numero 1 del mondo”, Djokovic deve convivere con quei mostri di bravura di Roger Federer e Rafa Nadal, due dei più forti tennisti di sempre, che stanno monopolizzando il tennis di vertice.

Djokovic, qual è il segreto dei due fenomeni?
“Se lo sapessi non sarei in questa posizione… Scherzo, sono tutt’e due molto a posto fisicamente e molto forti mentalmente.

Eppoi, a parte il loro gioco, hanno una straordinaria attitudine nell’approccio al match, non sottostimano alcun avversario; giocano sempre a mille, specialmente Rafa; salgono di livello con l’avanzare del torneo, cioè nella seconda settimana degli Slam. E così è davvero dura batterli sui 5 set, soprattutto negli ultimi turni, parlo per esperienza personale”.

Eppure, in fondo, la differenza numerica può essere minima.
“Già, ma quei due-tre punti che decidono il vincitore, li giocano sempre meglio loro, che tengono duro, non mollano e hanno una superiorità mentale su tutti noialtri”.

Com’è la sfida degli umani ai fenomeni Federer e Nadal?
“Diciamo che quei due sono al di fuori dei primi 5 del mondo, che siamo forse i migliori 5 che hanno mai giocato a tennis. Essere in grado di giocarci contro è una grande sfida. Ogni volta portano il mio gioco a un altro livello e mi fanno giocare meglio”.

Contro Roger e Rafa, lei ha perso due finali agli us Open, ma ha comunque vinto un Australian Open e una coppa Davis.

“Per me è fondamentale la condizione fisica, tutto parte da lì, soprattutto negli Slam, e ancor di più nell’estate australiana, dove può fare davvero caldo. Anche perché, in passato, ho avuto problemi e sono uno dei pochi che vorrebbe vedere un po’ di pioggia… Del resto sono anche uno dei pochi che ha programmato cinque giorni di festa dopo la Davis, ma dopo due eravamo già pronti per finire all’ospedale…”.

Dica la verità, quando ha visto Simon battere Troicki nella finale di Sydney, d’inizio anno, ha ripensato alla finale di Davis di dicembre.
“Sicuro, perché è vero che in quell’atmosfera di Belgrado, sarebbe stata dura per chiunque, e non è detto che Simon avrebbe vinto sul 2-2. Ma sono convinto che il capitano francese, Forget, abbia sbagliato a mettere dentro Llodra. Meglio così: magari non capita più un’occasione così, sul campo di casa”.

Qui a Melbourne ha battuto il suo amico Troicki per ritiro.
“Sì, purtroppo si è fermato quand’era 6-2 sotto, aveva problemi agli addominali e non riusciva a servire alla sua media abituale, a 200 all’ora. Non è il modo nel quale vorresti finire un torneo, figurati dello Slam, mi dispiace per lui. Ma non ne risentirò, nelle ultime due settimane ho già avuto abbastanza tennis ed è anche meglio non passare troppo tempo in campo e risparmiare un po’ di energie”.

Certo che, fra fisico, tecnica, testa, continuità, è proprio duro diventare campioni: ecco perché non ci sono più giovanissimi fra i primi 100 del mondo?
“È così ormai da 2-3 anni, ed è triste per il nostro sport, ma sono sicuro che nel futuro prossimo vedremo qualche nuova faccia emergente. La verità è che il passaggio fra juniores e pro è sempre più difficile: devi passare nel rompighiaccio dei tornei Futures, Satellite e Challenger, il livello più basso dei tornei pro, dove non giochi in bei posti e non trovi le condizioni migliori. Ma devi passarci per diventare più forte. È per costruirti una mentalità. Così entri subito nei primi 100. Ma, certo, è più difficile ora di 10 anni fa”.

Anche perché il gioco è sempre più duro.
“Fisicamente, perché tutti lavorano forte, e tecnicamente, perché c’è il progresso, racchette/corde, tutto. E poi ci sono quei due, i migliori del mondo, forse di sempre, Nadal e Federer”.

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