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Doping, caso atleti russi: Mosca ammette ma assolve il Cremlino

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L’ammissione e la smentita

Per la prima volta alcuni funzionari di Mosca hanno cominciato ad ammettere che oltre mille atleti russi erano dopati prima di partecipare ai Giochi Olimpici di Rio. Scoperta, la nazionale russa di atletica leggera è stata squalificata e non ha potuto partecipare alle ultime Olimpiadi per decisione del CIO.

Si è trattato di uno scandalo di portata internazionale, per cui solo adesso cominciano le prime, parziali ammissioni, forse per scongiurare la revoca alla Russia dei Mondiali di Calcio nel 2018. Anna Antseliovich, a capo dell’agenzia russa per l’anti doping (Rusada), parlando al New York Times, ha definito il caso come “cospirazione istituzionale”, ma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che la veridicità di tale affermazione necessitava di un controllo e successivamente Rusada ha fatto sapere che quanto aveva detto la Antseliovich, era stato mal interpretato.

Ella anzi ha escluso un coinvolgimento diretto del governo russo nella vicenda, poiché suoi alti funzionari non ne sapevano nulla. Ciò non toglie che alcuni di essi, compresi alcuni ministri, abbiano dovuto dimettersi.

La rivelazione e la conferma

Il primo a parlare del caso, era stato dell’ex capo del laboratorio nazionale anti-doping, Grigory Rodchenkov, che lo aveva fatto in modo preciso. Dopo essere fuggito negli USA, aveva spiegato che venivano forniti agli atleti cocktail dopanti e poi venivano pulite le provette, manomettendo le analisi effettuate in laboratorio.

Tale “sistema” era stato utilizzato già durante le Olimpiadi Invernali di Sochi nel 2014, con la collaborazione di agenti segreti russi. Recentemente era stato tutto confermato dal rapporto della World Anti-Doping Agency, scritto da un avvocato canadese, Richard McLaren, che aveva puntato il dito contro il ministero dello Sport di Mosca.


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