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Ecco perché c’era davvero bisogno di sentire gli audio tra Fedez e il suo psicologo

In pochissimi secondi Fedez ha scardinato il luogo comune secondo cui i panni sporchi si lavano in famiglia e ha mostrato, ancora una volta, che le cicatrici vere (e più difficili da curare) sono quelle dell'anima.

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È durato un secondo, forse meno, ma c’è stato. Quando ho ascoltato per la prima volta il brevissimo estratto della seduta tra Fedez è il suo psicologo c’è stato un momento in cui ho pensato: ma davvero c’era bisogno di esporre ai quattro venti, anzi, ai 14 milioni di followers, un dialogo intimo e prezioso come solo quello con il proprio terapeuta può essere? C’era bisogno, dopo i video in lacrime e le foto con tanto di cicatrice bene in vista, di dare in pasto al pubblico anche questo pezzetto della propria vita privata?

La risposta è che sì, ce n’era bisogno.

Ce n’era enormemente. Non solo (ma anche) perché quando sei un personaggio pubblico, e quando lo sei al livello di Federico Lucia, è giusto e apprezzabile che tu ti faccia carico anche del rovescio della medaglia dell’essere tanto famoso, vale a dire condividere non solo le cose belle ma anche quelle brutte. Siamo tutti bravi a sventolare le bandiere di protesta contro quell'”effetto Instagram” che ci porta a sugar coating (letteralmente: ricoprire di zucchero, abbellire fino alla nausea) le nostre vite, eppure diventiamo tanto ciechi e cinici quando qualcuno ha il coraggio (e ce ne vuole parecchio) di prendere la direzione opposta.

Fedez è rimasto fedele a se stesso e ha proseguito sulla stessa strada che percorre ormai da tempo, quella che lo ha portato a mettere a nudo le proprie fragilità. Un po’ meno dio dell’Olimpo (dei social), decisamente più umano.

Ma soprattutto ce n’era bisogno perché in pochissimi secondi (tanto durano quegli audio, e tanto basta) ha scardinato anni, secoli di luoghi comuni. Quello della mascolinità tossica secondo cui l’uomo non deve piangere, mai.

Guai se lo fa, anche se gli viene diagnosticato un male terribile. Anche se da perdere ha tantissimo, e non si parla di soldi e fama (quelli, si sa, nessuno se li porta nella tomba): una moglie e due figli tanto piccoli da rischiare di non ricordare neppure il proprio padre. Il luogo comune secondo cui un uomo, con la U maiuscola, non deve ammettere di avere paura, neanche una piccola, figuriamoci una devastante.

Infine, il luogo comune – fortunatamente sempre meno penetrante ma ancora presente – secondo cui i panni sporchi si lavano in famiglia e dire pubblicamente di andare dallo psicologo (sia mai rendere pubblica parte della seduta) è un po’ come ammettere di essere affetto da chissà quale malattia (contagiosa? Sembrerebbero pensarlo quelli che ne hanno tanta paura).

Più ancora di questo, con quegli audio Fedez ha fatto venire i brividi anche a quelli del “io allo psicologo non ho nulla in contrario, anzi, ci andrei senza problemi” perché ha mostrato, schiaffato in faccia senza possibilità di essere ignorato, cosa significa davvero andare in terapia (normalizzandolo).

Perché la terapia è questa. Toglietevi dalla testa l’idea delle chiacchiere leggere che ti fanno stare sempre meglio, che ti permettono di uscire da quella stanza ogni volta senza più quel peso sulle spalle. La terapia scava più in profondità di quanto non vorresti, tocca punti che neppure pensavi di avere e invece eccoli lì pronti a fare male, tanto. Anche se sei ricco e famoso, anche se ti chiami Federico Lucia.

In terapia porti tutto te stesso, anche quello che non vorresti: tutte le paure, rabbie, delusioni, incertezze che vorresti spazzare via e con cui invece sei costretto a fare i conti. La terapia è sporca di lacrime, è voce che si incrina, è pensare “mai più” e poi tornare perché, dolorosamente, ti salva la vita. Ti distrugge prima di rimetterti insieme, un pezzo per volta. E non c’è niente di male ad ammettere di aver bisogno di tutto questo.

Chissenefrega, quindi, se qualcuno ti accusa ti esibizionismo. Grazie, Federico, per aver mostrato ancora una volta quanto fanno male anche le cicatrici dell’anima.

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