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Banca Popolare di Bari: cosa è successo?

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Un decreto legge è stato varato dal governo per far fronte alla crisi della Banca Popolare di Bari: 900 i milioni stanziati per il salvataggio.

Alla fine, il salvataggio della Banca Popolare di Bari è arrivato. Domenica 15 dicembre, in tarda serata, il governo ha varato un decreto legge per far fronte alla crisi della banca. 900 i milioni stanziati, pronti a essere impiegati per ricapitalizzare l’istituto di credito.

Un provvedimento, quello approvato, che ha causato diversi malumori nella maggioranza, ma che alla fine ha messo d’accordo tutti.

Banca Popolare di Bari: ennesima crisi

La situazione della banca era nota da tempo e il commissariamento del Cda, deciso venerdì dalla Banca d’Italia, non ha fatto altro che accelerare i tempi di un intervento statale. Preservare la continuità di gestione della banca, è stata la priorità dei governanti. Il motivo? La Popolare di Bari conta circa 600.000 clienti, di cui oltre 100.000 imprese, con un totale di 8 miliardi di depositi.

Numeri importanti, a cui si aggiungono circa 3.200 dipendenti e quasi 70.000 azionisti. La banca, inoltre, nonostante abbia filiali lungo tutta la penisola, è estremamente rilevante per l’economia reale di Puglia, Abruzzo e Basilicata. Qui, infatti, la quota di mercato della Popolare è pari a oltre il 10%.

Un filo rosso collega le varie vicende bancarie da Carige fino alle banche venete: la cattiva gestione del credito. E la Popolare di Bari, non fa eccezione.

Ad oggi, infatti, circa il 25% dei prestiti concessi dalla banca risulta difficilmente esigibile. Tradotto, 1 euro su 4 prestati dalla banca, probabilmente non verrà riscosso. La banca di conseguenza, per via delle svalutazioni, si appresterà a chiudere il 2019 con una perdita, stimata in 400 milioni. E non è la prima volta, negli ultimi 4 anni il rosso è pari a oltre 1 miliardo. Una serie di perdite che hanno causato la continua erosione del capitale della banca.

Il patrimonio della Popolare di Bari si attesta, infatti, ampiamente al di sotto del livello minimo stabilito dalla Bce. Solo il 6,22% dei suoi investimenti (prestiti e titoli) è finanziato con capitale fornito dagli azionisti, mentre il resto sono debiti. Questa struttura finanziaria rende la banca instabile e a rischio. Pertanto, per poter essere messa in sicurezza, necessita di nuovo denaro dai soci. Tuttavia, per un istituto di credito in difficoltà, reperire nuove risorse non è facile.

Proprio per questo, il governo al fine di arginare la crisi, è intervenuto ricapitalizzando.

Se da un lato i correntisti possono tirare un sospiro di sollievo, dall’altra, gli azionisti saranno fortemente diluiti da questa operazione. La banca non è quotata in borsa, ma sull’Hi-Mtf, un circuito finanziario alternativo, poco liquido. Per coloro che hanno acquistato titoli, da qualche mese è impossibile venderli, poiché nessuno è disposto a comprare. Attualmente i titoli quotano 2.38€, anche se in molti le hanno acquistate a 9.5€. Con l’aumento di capitale, la situazione già drastica per i soci (-75% la perdita virtuale), è destinata a peggiorare. Il valore delle azioni verrà quasi azzerato e gli azionisti pertanto potranno solo sperare in qualche forma di rimborso.

A rimetterci, come al solito, saranno il piccolo azionista e il contribuente.

Nato a Bergamo nel 1999. Attualmente vive a Sorisole (BG) ed è studente universitario del corso “Economia delle banche, delle assicurazioni e degli intermediari finanziari” presso l’Università di Milano - Bicocca. Tra le sue passioni figurano l’economia, la politica e la letteratura. Nel tempo libero ama leggere e viaggiare.


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Marco Zambelli

Nato a Bergamo nel 1999. Attualmente vive a Sorisole (BG) ed è studente universitario del corso “Economia delle banche, delle assicurazioni e degli intermediari finanziari” presso l’Università di Milano - Bicocca. Tra le sue passioni figurano l’economia, la politica e la letteratura. Nel tempo libero ama leggere e viaggiare.

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