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Alessandro Maselli: “La forza dell’Italia è il talento e la passione”

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Da Roma all'Inghilterra, come Presidente e COO della Catalent Pharma Solutions: Alessandro Maselli racconta a Notizie.it la sua esperienza di top manager italiano all'estero.

alessandro maselli
alessandro maselli

Tra i tanti esempi di top manager che hanno lasciato l’Italia per trovare il successo all’estero c’è anche Alessandro Maselli. Ex dirigente di Aprilia, attualmente Presidente e Chief Operating Officer di Catalent Pharma Solutions, Maselli racconta a Notizie.it la sua esperienza all’estero, le difficoltà di un expat e le criticità del sistema lavorativo italiano.

Intervista ad Alessandro Maselli

Quando si è trasferito all’estero e perché?

Mi sono trasferito in Inghilterra all’inizio del 2013. Dal 2010 lavoro nell’azienda farmaceutica Catalent Pharma Solutions e fino al 2013 sono stato un dirigente della sede italiana di Apirlia (Roma). Alla fine del 2012 uno dei nostri top manager dall’headquarter americano mi chiese la disponibilità ad assumere il ruolo di direttore generale della sede inglese che a quel tempo aveva problemi di produttività e customer service.

Nonostante abbia sempre viaggiato nella mia carriera e lavorato in contesti internazionali, avevo sempre desiderato fare un’esperienza all’estero per arricchire il bagaglio delle mie esperienze e misurarmi con una cultura ed un modo di fare azienda differenti.

L’Inghilterra per tanti motivi è sembrata l’opzione più naturale.

Allo stesso tempo insieme a mia moglie abbiamo pensato che la possibilità di studiare in una scuola internazionale nel Regno Unito, avrebbe arricchito culturalmente i nostri figli, oltre a garantirgli una conoscenza della lingua inglese a livello madrelingua.

Quali sono state le maggiori difficoltà connesse all’espatrio della sua famiglia?

Ovviamente le difficoltà sono tante a partire da quelle più strettamente logistiche: trovare una casa, ambientarsi in un Paese diverso, imparare a muoversi in un sistema diverso. Ma sicuramente le difficoltà più grandi sono state di natura emozionale: lasciare famiglia e amici, mia moglie che ha dovuto abbandonare la propria attività lavorativa in Italia per seguirmi ed i nostri figli, che sono stati trapiantati in un ambiente completamente diverso con una lingua a loro sconosciuta.

Il tutto ha sicuramente richiesto diversi mesi di adattamento.

Onestamente qualsiasi siano le difficoltà, se si è in grado e nelle condizioni di affrontarle, alla fine ne vale sempre la pena. È comunque un’esperienza molto eccitante, che cementa l’unione familiare e sicuramente migliora ed arricchisce tutti i componenti della famiglia.

Il confronto tra l’Italia e l’estero

Perché all’estero la possibilità di fare carriera è molto più veloce rispetto all’Italia?

È una domanda complessa e probabilmente ogni caso merita una risposta diversa, ma sicuramente all’estero esistono delle condizioni al contorno più favorevoli. Tanto per cominciare i ragazzi finiscono l’università prima, intorno ai 21/22 anni, ed in maniera molto più prevedibile rispetto all’Italia. Poi la preparazione universitaria è molto più orientata al lavoro e quindi all’uscita dalle scuole sono più pronti.

Il mondo del lavoro è molto più flessibile e dinamico, le persone sono più mobili geograficamente o disposte a fare cose diverse nei primi anni della propria carriera e quindi è più semplice trovare nuove opportunità di crescita anche se non sono disponibili nella sede o nella funzione attuale.

Infine i risultati contano maggiormente nel riconoscimento del valore delle persone.

In Italia spesso le cosiddette “cordate” o più semplicemente le relazioni con i “decision makers” tendono a essere prevalenti rispetto al merito ed ai risultati, e questo sicuramente non facilita la crescita dei veri talenti.

Secondo lei, l’Italia corre a una velocità diversa rispetto al Paese in cui si è trasferito? Se sì ed è inferiore, quali sono i due fattori secondo lei su cui puntare da subito per recuperare terreno?

Dovrei rispondere a questa domanda con due versioni una pre-Brexit ed una post-Brexit, che sicuramente ha avuto un impatto negativo sulla velocità di crescita del Regno Unito. Ma facendo considerazioni più generali e riferite ai vari paesi esteri in cui opera la nostra azienda, direi che, sì, purtroppo l’Italia viaggia ad una velocità più bassa.

E questo è un vero paradosso perché gli italiani viaggiano di norma a una velocità superiore alla media. Ma i fardelli sono troppi e significativi. Le aziende ed i lavoratori dipendenti sono sottoposti ad una pressione fiscale eccessiva, derivante da una macchina statale estremamente costosa e inefficiente, unita a un’evasione fiscale record. Inoltre non c’è certezza del credito, la giustizia amministrativa è lenta, la burocrazia spesso un labirinto intricato che diventa un incubo per gli investimenti, il mondo del lavoro è poco flessibile e la spesa in ricerca e sviluppo è limitata dagli sprechi ed a sua volta male utilizzata.

Per fare un esempio, all’estero le sinergie tra università e aziende sono su un livello completamente diverso. In Inghilterra come in America vengono ogni anno creati migliaia di posti di lavoro grazie ad aziende innovative che nascono come risultato di ricerche universitarie focalizzate su reali bisogni dell’industria e successivi spin-off che poi vengono acquisiti da multinazionali che possono accelerarne la crescita. L’innovazione in Italia è ancora troppo legata al modello del singolo inventore/imprenditore e questo ci limita notevolmente nella competizione internazionale.


Il rapporto con l’Italia

La società per cui lavora investe in Italia? Se sì, quali sono i punti di forza per cui il nostro Paese è percepito?

Assolutamente sì! Il nostro sito di Aprilia fin dal 2010 è cresciuto esponenzialmente, la capacità produttiva è stata più che raddoppiata grazie a una serie di investimenti di svariati milioni di dollari. I reparti modernizzati e resi più produttivi. Ovviamente anche l’occupazione è cresciuta di pari passo con un incremento sostanziale della forza lavoro a tempo indeterminato. Una bellissima storia di crescita imprenditoriale in un territorio, come quello a sud di Roma che invece nell’ultimo decennio ha visto il disimpegno di molte multinazionali e diverse chiusure.

Tra l’altro recentemente abbiamo annunciato l’accordo per l’acquisizione dello stabilimento Bristol Myers Squibb (BMS) di Anagni nel Lazio. È una realtà storica del territorio, che impiega più di 600 persone, su cui intendiamo investire per renderlo un centro di eccellenza nella produzione di farmaci biologici innovativi.

La forza dell’Italia è nelle persone: nel talento, nella passione, nel coinvolgimento e nella volontà di lottare ogni giorno per il successo. È una combinazione che se ben utilizzata permette di superare tutte le difficoltà di cui parlavo prima.

L’Italia ha una lunga tradizione nel mondo chimico farmaceutico; cosa fare per mantenere questo posizione di prestigio?

La mia opinione è che l’indiscutibile tradizione italiana nel mondo chimico farmaceutico si è consolidata negli anni in cui esistevano due elementi favorevoli: i mercati erano sostanzialmente quelli nazionali ed esistevano condizioni favorevoli per l’impianto di strutture manifatturiere (cassa del mezzogiorno, costo relativamente basso della manodopera, elevata disponibilità di persone con elevato grado di scolarizzazione nelle discipline più richieste).
Oggi la situazione è cambiata sostanzialmente: i mercati sono molto più aperti, esistono Paesi con costi più bassi e che hanno più che colmato il gap sulla scolarizzazione. Quindi è diventato più conveniente produrre e sviluppare altrove.

Credo che per mantenere o recuperare una posizione di prestigio l’unica strada sia quella dell’innovazione. L’Italia è un Paese creativo, con una quantità unica di talento. Ma purtroppo ci sono Paesi, come dicevo prima, dove ricerca universitaria e innovazione imprenditoriale fanno sistema molto meglio di come lo si fa da noi. Il problema è complesso e richiederebbe interventi profondi ma a volte ho la sensazione che non ci sia la necessaria focalizzazione della politica su questa importante problematica.

Vede l’Italia come un Paese in cui fare rientro?

Sarò di parte ma l’Italia rimane il Paese più bello del mondo: solo se si vive all’estero si capisce quanto tutti ammirino e invidino la nostra terra. Io poi sono un inguaribile ottimista e spero sempre che le cose migliorino.
Un giorno mi piacerebbe avere l’opportunità di tornare e mettere a disposizione le esperienze e le conoscenze acquisite in tanti anni di vita e lavoro all’estero.

Ma nel frattempo ci prepariamo al prossimo capitolo: molto presto ci sposteremo negli Stati Uniti. Un altro grande cambiamento per il quale però, ci sentiamo molto più preparati che nel lontano 2013.

Un consiglio ai giovani

Che tipo di percorso e di scelta consiglierebbe a un giovane alle prime esperienze lavorative?

Ricevo questa domanda almeno una volta al mese dai giovani talenti che lavorano in Catalent. Io credo che nei primi anni di carriera sia importante acquisire il numero più alto possibile di skills ed esperienze differenti, sia professionali che personali. Spesso è difficile capire dopo un po’ di anni dove la vita e la carriera ti porteranno e, più frecce si sono messe nella faretra, più opportunità si avranno di centrare bersagli.

La fine dell’università deve essere vissuta solo un nuovo inizio di un percorso di crescita ed arricchimento: non bisogna mai smettere di imparare e spingersi fuori dalla “Comfort Zone”, io lo faccio ancora ogni giorno nel mio ruolo di Presidente e Chief Operating Officer di Catalent.

Nata in provincia di Monza e Brianza, classe 1994, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Prima di collaborare con Notizie.it, ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.


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Lisa Pendezza

Nata in provincia di Monza e Brianza, classe 1994, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Prima di collaborare con Notizie.it, ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.

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