Perché la moneta francese in Africa favorirebbe immigrazione
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Perché la moneta francese in Africa favorirebbe immigrazione

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La moneta francese in Africa favorirebbe l’immigrazione: Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista spiegano i motivi

Il franco della “Communauté Financière Africaine” (“comunità finanziaria africana”, CFA) fu introdotto nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale. Oggi è una moneta usata da quattordici paesi dell’Africa occidentale e centrale, gestita dalla Banca centrale francese e con un cambio fisso stabilito con l’euro. I sostenitori della moneta francese in Africa si trovano soprattutto tra gli economisti d’oltralpe e gli esponenti dei governi e delle classi dirigenti delle nazioni che lo adottano. Una contorta logica di potere potrebbe celarsi dietro un interesse capitalistico che smuove l’economia di diversi paesi, molti soggiogati a pessime condizioni di vita.

Il valore della moneta è stabile, poiché vincolata all’euro: è questo uno dei principali argomenti a suo favore. Tale costante mantiene i prezzi immutati ed evita scossoni monetari (come improvvise vampate di inflazione). Inoltre, permette scambi più semplici e sicuri con la Francia e il resto dell’Unione Europea. Per dimostrare la bontà del sistema viene spesso fatto l’esempio della Guinea.

Il Paese, infatti, abbandonò l’unione monetaria per poi farvi rapidamente ritorno a causa dell’inflazione e dell’instabilità.

Talvolta però, il franco CFA è criticato da intellettuali africani ed europei. Critiche arrivano anche da parte di esponenti di partiti e movimenti anticolonialisti, poiché accusato di costituire un freno allo sviluppo di quei paesi e di essere uno strumento di controllo indiretto da parte della Francia. In prima fila nella battaglia contro i vicini d’oltralpe ci sono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Per i due grillini la moneta francese favorirebbe l’immigrazione.

M5S contro il franco CFA

Da un lato il cambio fisso permette alle élite urbane di spendere facilmente il loro denaro, importando beni di lusso europei (acquistati molto spesso con i soldi frutto della corruzione endemica nella regione). Tuttavia, dall’altro lato, questo sistema permette alle multinazionali francesi di investire nei paesi africani senza temere un’improvvisa svalutazione.

I produttori che vorrebbero esportare i loro beni in Europa, però, hanno grosse difficoltà.

Infatti, il cambio fisso rende troppo costose le loro merci. Al contrario, tale barriera è vista di buon occhio da chi rischia di soffrire la concorrenza dei produttori africani. Tra loro, gli agricoltori francesi ed europei.

Il fatto che i Paesi membri dell’unione monetaria debbano tenere le loro riserve di valuta estera depositate sui conti della Banca centrale francese è una questione relativamente secondaria. La Banca centrale francese restituisce in interessi ai paesi africani meno di quanto guadagna investendo il denaro depositato sui suoi conti. Tuttavia, si tratta di cifre piuttosto contenute. In tutto, i depositi ammontano a circa 7 mila miliardi di franchi CFA, ossia poco più di 10 miliardi di euro che fruttano abbastanza denaro da pagare lo 0,5% degli interessi sul debito pubblico francese.

Domenica 20 gennaio Alessandro di Battista, ospite a “Che tempo che fa”, ha dichiarato: “Finché non avremo risolto la questione del franco CFA, la gente continuerà a scappare dall’Africa”.

La scorsa settimana era stato il collega Luigi Di Maio ad accusare le politiche “neocolonialiste” della Francia (e in particolare il “franco CFA”), di essere la “vera causa dell’immigrazione in Italia”. Tuttavia, i numeri sembrerebbero contraddirlo: in tutto il 2018, infatti, sono state circa duemila le persone arrivate in Italia da stati che adottano questa moneta.

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Macron e il franco CFA

Alla fine del 2017, durante un viaggio in Africa occidentale, il presidente francese Emmanuel Macron annunciò la sua intenzione di riformare il franco CFA sulla base delle indicazioni che sarebbero arrivate dagli stati che lo adottano.

Disse anche che sarebbe stato favorevole alla sua soppressione, se fosse stata quella la richiesta. Da allora però sembrerebbe che nessun paese membro dell’unione abbia fatto richiesta per uscirne.

La destra attacca il “neocolonialismo francese”

Alle critiche provenienti da sinistra contro la politica “neocoloniale” della Francia si sono aggiunte di recente, in particolare in Italia, critiche provenienti da destra. Sono critiche più limitate e si occupano essenzialmente di legare il problema dell’immigrazione al franco CFA: sarebbe la presenza di un’unione monetaria a causare i problemi economici degli stati africani, nello stesso modo in cui l’euro causa problemi ai paesi dell’Europa meridionale. A sua volta, essendo causa di sottosviluppo, la moneta unica africana sarebbe la principale causa dell’emigrazione, che rappresenta un problema soprattutto per i paesi dell’Europa periferica.

Un atto d’accusa da parte della destra italiana rivolto al governo francese. Di Maio e Di Battista vi hanno aderito. E’ stata Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, uno dei primi politici a parlare in Italia della questione del franco CFA.

Tuttavia, stando a quanto emerso dai dati sulle nazionalità dichiarate al momento dello sbarco (aggiornato al 31 dicembre 2018 e reso pubblico dal ministero dell’Interno) i Paesi che adottano il franco CFA non producono molta emigrazione destinata all’Italia. Appena duemila migranti in tutto il 2018 sono arrivati dai 14 paesi in cui circola la moneta francese. Le nazioni da dove provengono la maggior parte dei migranti sono Tunisia, Eritrea, Iraq e Nigeria, che in anni recenti hanno avuto poco o nulla a che fare con la Francia e con il suo sistema monetario africano.

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Asia Angaroni
Leva 1996, varesotta di nascita milanese di adozione. Dall’amore per la stampa e la verità alla laurea in Comunicazione. Amante della letteratura e dell’arte, alla ricerca costante di sapienza e cultura. Appassionata di cronaca sportiva e di inchieste, desiderosa di fare della parola il proprio futuro.