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L’opinione di Giuseppe Acconcia

Iran, è resa dei conti tra moderati e conservatori

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Con l'uccisione di Soilemani e gli scontri di piazza in Iran, viene meno il mito dell’infallibilità dei conservatori in Medio Oriente.

iran soleimani moderati conservatori
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“Si tratta di una vittoria per chi vuole fare affari con gli Stati Uniti“: con queste parole un attivista dell’Iran ha commentato l’uccisione di Qassem Soleimani all’alba del 3 gennaio 2020. Un’affermazione che sembrava smentita dalla prova di forza della mobilitazione di massa per i funerali di Soleimani, avvenuti il 6 gennaio. Eppure le lacrime dei conservatori, a cominciare da quelle della guida suprema, Ali Khamenei, ai funerali del comandante delle milizie al-Quds, e le nuove proteste anti-sistema iniziate il 11 gennaio gli hanno dato ragione.

Iran, scontro tra moderati e conservatori

Il presidente Hassan Rouhani, e il ministro degli Esteri, Javad Zarif, rappresentano la corrente moderata in Iran, con l’appoggio esterno riformista, che più ha cercato il dialogo con gli Stati Uniti, ottenendo nel 2015 la firma dell’accordo sul nucleare con Stati Uniti, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Cina (P5+1).

Rouhani alla vigilia della sua elezione nel 2013 si disse addirittura pronto a rinunciare al presidente Bashar al-Assad in Siria, subito smentito da Khamenei. Che i moderati, o tecnocrati (come erano definiti al tempo della presidenza Rafsanjani), possano beneficiare di una rinegoziazione dell’accordo sul nucleare da mercati regionali, dalla Siria all’Iran, aperti al business con gli Stati Uniti, non ci sono dubbi.

E così quando Trump ha reagito ai raid iraniani contro le basi Usa di Ain al-Asad, concordati con le autorità irachene e che non hanno causato morti statunitensi, ha anche aggiunto che le vie del commercio sono aperte e di volere la “prosperità” del popolo iraniano. In altre parole, Trump vuole ricominciare a fare “business” con l’Iran.

Questa debacle dei conservatori potrebbe aprire perciò una strada nuova ai moderati di Zarif e Rouhani per rinegoziare l’accordo sul nucleare, reso carta straccia dall’uscita unilaterale voluta da Trump nel 2018, dalla ripresa dell’arricchimento dell’uranio, dalle debolezze europee e dalle nuove sanzioni annunciate dagli Usa.

discorso trump iran

Questa componente politica potrebbe aprire la strada a una nuova pagina nei rapporti bilaterali con Washington. I moderati iraniani potrebbero anche sfruttare questa fase per avvantaggiarsi in vista del voto per le presidenziali del 2021 che sembravano sicuro appannaggio delle componenti conservatrici di Raisi e Qalibaf, approfittando delle nuove mobilitazioni e della dura sconfitta che l’uccisione di Soleimani chiaramente ha avuto per i conservatori iraniani, come conferma l’impossibilità per i pasdaran di volere una risposta militare dura contro gli Stati Uniti per evitare un conflitto che distruggerebbe la Repubblica islamica per come la conosciamo.

Le conseguenze dell’assassinio di Soleimani

L’assassinio del carismatico generale Soleimani e la reazione iraniana, incluso l’abbattimento “non intenzionale” del Boeing 737 ucraino, hanno avuto come primo effetto di riaprire la spaccatura tra riformisti e conservatori.

La sua morte ha suscitato da una parte il risveglio dei sostenitori della rivoluzione iraniana della prima ora, che sono scesi a milioni in strada (con decine di morti nella calca) per partecipare ai suoi funerali e ricordarlo, in un moto di unità nazionale che mancava in Iran dalla guerra Iran-Iraq (1980-1988); dall’altra, non sono mancati i giovani iraniani, della diaspora nel mondo e anche nel Paese, che hanno gioito su Instagram e altri social network per questa uccisione, augurandosi un attacco statunitense che finalmente mettesse fine al regime degli ayatollah e alle restrizioni che opprimono tanti giovani iraniani.

Una nuova fase di proteste

L’uccisione di Soleimani ha avuto come effetto secondario anche di archiviare la stagione delle proteste anti-governative per il caro vita, la disoccupazione e il ritardo nel pagamento dei salari del 2018 e del 2019 per aprire forse una nuova stagione di contestazioni. Le contestazioni dei giovani iraniani, che si sono riuniti alle porte dell’Università di Teheran e a Isfahan dopo l’ammissione di responsabilità nell’abbattimento del Boeing ucraino da parte dei pasdaran iraniani lo scorso sabato, hanno natura anti-sistemica (tra gli slogan si sente “Via il bugiardo”, “Morte a Khamenei”) in continuità con le ondate di proteste, che nel 1999, nel 2003, nel 2009 e nel 2011 chiedevano una radicale riforma del khomeinismo, delle istituzioni e delle consuetudini su cui si fonda la Repubblica islamica.

L’uccisione di Soleimani e le successive rappresaglie hanno risvegliato nuove richieste di accountability per la classe politica iraniana da parte delle componenti riformiste del sistema politico iraniano, da tempo sopite, riproponendo la storica divisione tra sostegno incondizionato alle istituzioni post-rivoluzionarie e la necessità di modernità e riforma che parte dai giovani iraniani.

Crolla il mito dei conservatori

E così, con il 2020, si archivia il mito dell’infallibilità dei conservatori iraniani in Medio Oriente. Il suo mito di invulnerabilità, di capacità militare, di difensore anti-imperialista in Iraq, Siria e Afghanistan risulta offuscato. I pasdaran fanno errori di calcolo, come tutti gli altri attori regionali, e l’abbattimento del Boeing ucraino lo dimostra. Anche le Guardie rivoluzionarie iraniane sono malviste, come gli Stati Uniti, da parte delle popolazioni di questi Paesi, e le proteste in Iraq lo dimostrano. L’Iran non può fare passi falsi sul piano militare, pena l’annientamento, e la reazione ai raid Usa lo dimostra.

Tutto questo non vuol dire che da domani le Guardie della Rivoluzione spariranno dalla regione. Anzi, l’Iran continuerà a essere un attore regionale essenziale e questo lo dimostra la nomina del successore di Qassem Soleimani, l’altrettanto conservatore, Ismail Qani.

ismail qani

Tuttavia, con il 2020, si archivia anche la stagione di mobilitazioni anti-governative del 2018 e del 2019 che aveva preso di mira i moderati, aprendo la strada a forme più radicali di dissenso contro i conservatori, che includono classe media e studenti, sulla forma collaudata delle mobilitazioni riformiste dei tempi dell’ex presidente Mohammad Khatami (1997-2005).

Queste mobilitazioni potrebbero ridefinire gli equilibri parlamentari in Iran e aprire una stagione di vero cambiamento (per esempio rispondendo favorevolmente alla richiesta di stop all’obbligatorietà del velo che viene dalle strade iraniane), bloccato sin dagli anni Novanta, dal Consiglio dei Guardiani, appannaggio degli ayatollah più oltranzisti.

I riformisti sapranno sfruttare oggi questa nuova opportunità?

Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri), borsista di ricerca all’Università di Pavia, è membro del Comitato scientifico della Scuola di Torino di regolamentazione locale. Si occupa di movimenti sociali e giovanili, politiche del lavoro, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato per MERIP, Il Mulino, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, The International Spectator, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.


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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri), borsista di ricerca all’Università di Pavia, è membro del Comitato scientifico della Scuola di Torino di regolamentazione locale. Si occupa di movimenti sociali e giovanili, politiche del lavoro, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato per MERIP, Il Mulino, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, The International Spectator, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.

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