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Coronavirus, da Ischgl partiti centinaia di contagi: perché non è stato chiuso?

Centinaia di persone positive al coronavirus in Europa l'hanno contratto a Ischgl: nonostante i crescenti contagi il governo ha aspettato un mese per blindarlo.

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Un piccolo paesino ha riempito l’Europa di contagi da coronavirus: è quanto sarebbe successo a Ischgl, ridente località molto frequentata dagli amanti dello sci da cui moltissimi turisti sarebbero tornati infettati. Il governo però ha tardato a decretarne la chiusura e a renderlo zona rossa anche di fronte ai primi casi positivi.

L’accusa è che lo abbia fatto per non far venire meno gli incassi della stagione invernale.

Coronavirus: il caso dei contagi di Ischgl

Tutto iniziò il 29 febbraio 2020 quando diversi di turisti islandesi di ritorno da una settimana bianca proprio nel suddetto paesino risultarono positivi ai test.

Per questo l’Islanda dichiarò immediatamente il Tirolo un’area a rischio sconsigliando ai propri cittadini di recarvisi. La settimana successiva, precisamente il 7 marzo, anche in Norvegia iniziarono a verificarsi i primi casi di infetti tra turisti che nel mese precedente erano stati nella località austriaca.

Nonostante ciò le autorità tirolesi non fecero nulla per contenere i contagi, anzi negarono tutto sostenendo che “non è verosimile che il Tirolo sia stato focolaio di infezione“.

Solo quando nel villaggio le autorità sanitarie rivelarono la positività di un cittadino che lavorava in un locale, ammisero la possibilità che Ischgl potesse essere focolaio dell’epidemia. Eppure tutto continuò a rimanere aperto, compreso il bar in cui era impiegato il suddetto uomo. Anche di fronte all’allarme dato dalla Germania che il 13 marzo aveva scoperto che 200 cittadini da poco tornati dalla località avevano contratto l’infezione.

La chiusura a distanza di un mese dai primi casi

Il primo segnale giunse soltanto il 14 marzo quando i ministri della Salute e dell’Interno obbligarono chiunque dal 28 febbraio si fosse trovato in Tirolo a mettersi in isolamento domiciliare. Gli impianti sciistici però continuavano a funzionare come se non fosse successo nulla. Anzi, dando vita a scene di caos in cui diversi turisti stranieri, venuti a sapere della pericolosità del luogo, si sono accalcati sui bus in partenza per gli aeroporti. Un po’ come è successo a Milano dopo l’annuncio della chiusura della Lombardia.

La settimana successiva Ischgl è stata finalmente dichiarata zona rossa e blindata senza possibilità di entrarvi o uscirvi. Ma ormai i contagi che si contano lì sono pari a 400, il doppio di quelli di Vienna che ha 2 milioni di abitanti. E soprattutto sono centinaia i turisti positivi che vi hanno soggiornato e contratto l’infezione che hanno poi trasmesso ad altri.

In molti si chiedono a cosa sia dovuto il tentennamento e il ritardo della chiusura della località. Il quotidiano austriaco Der Standard non ha dubbi: “L’avidità di denaro ha sconfitto la responsabilità per la salute delle persone e degli ospiti“, ha scritto un giornalista. Secondo lui il governo avrebbe optato per non fermare il business derivato da alberghi, ristoranti, bar e impianti a discapito della sicurezza dei cittadini. Febbraio era infatti il mese centrale della stagione ed evidentemente bloccare tutto avrebbe comportato una perdita di denaro troppo ingente. Peccato che a rimetterci sia stata la salute degli abitanti di mezza Europa.

Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it


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Debora Faravelli

Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it

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