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L’opinione di Patrick Facciolo

Dibattito tra Kamala Harris e Mike Pence, un’analisi della comunicazione verbale e non verbale

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Dal linguaggio del corpo al coinvolgimento del pubblico: chi, tra Kamala Harris e Mike Pence, è stato il miglior comunicatore nel dibattito in TV?

dibattito pence harris

Kamala Harris parla dritto alla telecamera rivolgendosi alle persone a casa, e per questo si aggiudica ai punti il dibattito televisivo tra i candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti. È lei che durante il confronto con il suo antagonista Mike Pence cita di più il pubblico, si rivolge agli elettori, un po’ come se ogni volta dicesse alle persone: “Ci siete nelle mie parole”.

Il linguaggio del corpo nel dibattito Harris-Pence

Ma andiamo con ordine: rispetto al dibattito della settimana precedente tra Donald Trump e Joe Biden cambiano innanzitutto le posture: in questo confronto gli interlocutori sono seduti.

Questo modifica di conseguenza la posizione del loro corpo e il loro comfort durante il confronto. Basti pensare a come cambia la posizione delle braccia, il fatto di poterle appoggiare su un tavolo, o di non doversi piegare troppo con il busto per prendere appunti: l’impatto alla telecamera è senz’altro diverso.

Ci sono però vantaggi e svantaggi: se da una parte la sedia può permettere una posizione più confortevole, e un dibattito che può apparire più rilassato, dall’altra parte non permette a noi spettatori di accedere a un piano più ampio dell’inquadratura: con i relatori in piedi l’inquadratura raggiunge il piano medio, con i relatori seduti l’inquadratura è poco più ampia del mezzobusto, e limita in parte la possibilità dei relatori di comunicare attraverso il linguaggio del corpo.

I contenuti

Passando ai contenuti, la frase che forse ricorderemo di più di questo dibattito è quella che più volte Kamala Harris ha rivolto a Mike Pence: “Mister vicepresident, I’m speaking” (“Signor vicepresidente, sto parlando”). Si tratta di una variante molto più morbida del “Will you shut up, man?” (“Vuoi stare zitto, amico?”) pronunciata da Joe Biden la settimana precedente nei confronti di Donald Trump.

Il vicepresidente Mike Pence in questo dibattito è l’uomo dei rituali.

Si ricorda della presentatrice, la chiama spesso per nome, guarda la sua interlocutrice (Kamala Harris), ringrazia quasi a ogni domanda che gli viene posta.

Kamala Harris, al contrario, ogni volta che risponde è già immersa nella risposta, senza troppi convenevoli: non saluta in apertura, non fa introduzioni specifiche. Si rivolge direttamente, quasi a ogni risposta, al pubblico a casa, esattamente come aveva fatto più volte Joe Biden nel confronto della settimana scorsa.

Il contatto col pubblico

La struttura delle risposte di Kamala Harris si ripete con una certa costanza: l’attacco (la prima frase in particolare) serve per contestualizzare, solitamente con un aneddoto o una piccola storia, che permetta al pubblico di familiarizzare con l’argomento. Incrocia lo sguardo della conduttrice, poi quello di Mike Pence. Quando dalla narrazione Kamala Harris passa ai propositi, il suo sguardo si sposta verso la telecamera, e si rivolge al pubblico a casa. La gestualità della Harris accompagna e rafforza la sua stessa comunicazione verbale: le mani e le braccia, a differenza di Mike Pence, vengono usate in modo marcato per rafforzare ritmicamente i concetti.

Alla telecamera Kamala Harris sorride spesso quando parla di sé e di Joe Biden, che cita moltissime volte durante il dibattito. E i riferimenti al pubblico a casa, come già dicevamo, sono frequentissimi.

Non si può dire la stessa cosa per Mike Pence, che si rivolge per la prima volta al pubblico dopo una decina di minuti dall’inizio del dibattito, parlando alle famiglie americane vittime del coronavirus: “You’ll always be in our hearts and in our prayers” (“Sarete sempre nei nostri cuori e nelle nostre preghiere”). Nelle poche altre occasioni in cui si rivolge direttamaente al pubblico, Mike Pence tende spesso a parlare degli americani in terza persona (“The American people deserve to know”, “Il popolo americano merita di sapere”, anziché “voi meritate di sapere”).

Comincia a rivolgersi più frequentemente al pubblico attorno all’ultimo terzo del dibattito. Talvolta guarda in camera, ma è questione di pochissimi secondi, per poi distogliere lo sguardo. È comunque troppo tardi: è come se durante una festa facessimo amicizia con una persona che ci ha parlato amichevolmente per diversi minuti (in questo caso, fuor di similitudine, Kamala Harris), e a un certo punto si intromettesse un altro nel discorso (Mike Pence), per dirci che il nostro interlocutore si sta sbagliando: ormai è passato troppo tempo.

Mike Pence è tuttavia abile a creare immagini attraverso le parole, e a evocare scenari futuri. Il tempo verbale dominante nella coniugazione dei verbi all’interno del dibattito è proprio il futuro. In particolare Pence accusa più volte la coppia Biden-Harris di voler aumentare le tasse (“They want to raise taxes”), accusa a cui la Harris risponde con una negazione (“Joe Biden will not raise taxes”, “Joe Biden non aumenterà le tasse”).

Sull’efficacia di questa modalità della Harris ho qualche perplessità: una negazione potrebbe infatti rischiare di amplificare ancora di più l’effetto dell’attacco precedente. È per questo che di fronte a un’affermazione di questo tipo (“aumenterete le tasse”) la modalità migliore per uscirne potrebbe non essere la semplice negazione, ma un’argomentazione in senso positivo (per esempio: “Io e Joe Biden ci impegneremo a lasciare le tasse esattamente come sono oggi”).

Considerazioni finali

Per concludere: il mio voto finale per la comunicazione di Kamala Harris in questo dibattito è 7, per quella di Mike Pence, 6. Kamala sa aiutarsi molto bene con la gestualità mentre parla, fa un uso sapiente delle pause, modula bene il linguaggio paraverbale (l’uso della voce): passa in modo agevole da toni gravi a toni più acuti, in funzione degli argomenti. Sa rivolgere lo sguardo alla telecamera e agli interlocutori nei momenti appropriati, e sorride quando l’interlocutore parla e lei non concorda. Attraverso questo semplice indicatore non verbale, riesce così a ridimensionare il contenuto del suo avversario, senza interromperlo in modo esplicito.

Alla stessa maniera Mike Pence è capace di mantenere e di rispettare di più il rituale della comunicazione che avviene in studio, valorizzando ciò che succede e descrivendo le interazioni, anche semplicemente ringraziando per la domanda, o salutando e citando la moderatrice. Sfumature che per Kamala Harris restano un po’ in secondo piano: per lei, così come per Joe Biden, è fondamentale l’invito all’azione, la call to action finale.

Quella di Kamala Harris è stata chiara e concisa: “Please, vote”: il linguaggio di Kamala Harris ha saputo sottolineare questo aspetto più di altri, all’interno del dibattito.

Dottore in tecniche psicologiche e giornalista, si occupa di divulgazione, formazione e coaching sui temi del Public Speaking e della comunicazione efficace. Ideatore di Parlarealmicrofono.it, del Festival del Linguaggio e del podcast “Public Speaking Professionale”. In questi anni ha pubblicato sei libri, i più importanti dei quali sono "Crea immagini con le parole" (2013) e "Parlare in pubblico con la mindfulness" (2019), disponibili su Amazon.


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ac 286 stalkers in passeggio continuo finte giacy
11 Ottobre 2020 00:57

la corruzione ha spesso molte facce davanti al cancello….


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Patrick Facciolo

Dottore in tecniche psicologiche e giornalista, si occupa di divulgazione, formazione e coaching sui temi del Public Speaking e della comunicazione efficace. Ideatore di Parlarealmicrofono.it, del Festival del Linguaggio e del podcast “Public Speaking Professionale”. In questi anni ha pubblicato sei libri, i più importanti dei quali sono "Crea immagini con le parole" (2013) e "Parlare in pubblico con la mindfulness" (2019), disponibili su Amazon.

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