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Nagorno Karabakh, le cause di una guerra lunga decenni

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I combattimenti in Nagorno Karabakh sono ripresi a causa degli attriti tra Turchia e Russia: da loro dipende il prossimo cessate il fuoco.

Nagorno Karabakh, le cause di una guerra troppo lunga

Il Nagorno Karabakh è una regione che si trova geograficamente al confine tra Armenia e Azerbaijan, che è parte fondamentalmente dell’Azerbaijan ma ha una popolazione a maggioranza quasi esclusivamente armena.

Nagorno Karabakh, una guerra che viene da lontano

Caduto il Muro di Berlino e collassata l’Unione Sovietica gli abitanti della regione votarono per l’annessione all’Armenia, salvo dichiararsi repubblica autonoma subito dopo, nel gennaio del 1992.

Nell’inverno di quell’anno scoppiò una guerra civile che dura da allora; il primo risultato fu l’occupazione da parte delle truppe dell’Armenia del territorio dello Stato. Nel 1994 fu firmato un primo cessate il fuoco con la mediazione della Russia che prevedeva un governo de facto in Nagorno-Karabakh ma per la comunità internazionale il Nagorno-Karabakh resta parte del territorio dell’Azerbaijan sotto occupazione armena e lo Stato non è ancora riconosciuto da nessuno.

Difficile (se non impossibile) sapere chi abbia iniziato ad aprire il fuoco, in questa ultima occasione che pare essere quella più cruda degli ultimi anni, in rapporto ai danni già causati ed alle vittime, ingenti, fatte registrare. Nel 2018 sembrava che i negoziati per il cessate il fuoco avessero raggiunto un importante punto di svolta ma cosi non è stato.

Dov'è il Nagorno Karabakh

Il conflitto è simmetrico

La situazione è stata di quasi piena tranquillità per quasi venti anni e questo è dovuto al fatto che il conflitto ha avuto in quel periodo un carattere simmetrico. Simili per forza e per consistenza, equipaggiamento, addestramento, le forze in campo si sono fronteggiate fino a quando la rivalità tra Russia e Turchia si è tradotta nella teoria della cooperazione competitiva. L’Azerbaijan dal 2015 ha fortemente aumentato le proprie spese militari, portando il budget delle proprie forze armate nel 2020 a 2,2 miliardi di dollari, ovvero il quadruplo del bilancio della difesa armena (con un incremento del 20% rispetto al 2019).

L’incremento della spesa militare è coinciso con l’aumento delle importazioni di materiale bellico dalla Turchia, già impegnata direttamente nella guerra in Siria. Il tutto sotto il naso della russia, oggi alle prese con una dilagante marea di contagi da Covid.

Ora tocca al gruppo di Minsk

Se il conflitto in corso non si attenuerà e la Russia e la Turchia non riusciranno a fermarlo a livello regionale, la palla passerà al gruppo di Minsk, un gruppo di Paesi Ocse co-presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti e creato nel 1994 per sostenere una soluzione pacifica e negoziata.

Del gruppo di Minsk fa parte anche l’Italia, che, oltre a importare una notevole quantità di petrolio dall’Azerbaijan, ne è anche il primo partner commerciale a livello globale. Quando si tornerà al tavolo delle trattative, l’Italia potrebbe dare un contributo rilevante a riavviare il processo di pace.

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