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L’opinione di Giuseppe Acconcia

La vittoria di Biden è una ventata di aria fresca anche per il Medio Oriente

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Gli Stati Uniti di Biden potrebbero segnare una vera svolta nella politica estera americana in Nord Africa e Medio Oriente.

Chi è Joe Biden, candidato dem contro Trump

Nella lunga attesa che ha sancito la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 3 novembre scorso, il mondo arabo ha vissuto per ore con il fiato sospeso. Sui social network è diventato virale il meme di un gruppo di giovani che, con i loro cellulari, aspettavano il verdetto con la scritta “chiunque sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti bombarderà la mia regione”.

Di sicuro l’avvicendamento tra il repubblicano Donald Trump e il democratico Joe Biden non rivoluzionerà i cardini della presenza statunitense in Medio Oriente ma di certo sta già avendo effetti significativi sui rapporti bilaterali con alcuni dei paesi chiave della regione.

Donald Trump e i conflitti in Medio Oriente

La presidenza Trump era stata segnata da un asse di ferro più solido che mai con Arabia Saudita, Israele e paesi del Golfo.

Non a caso, i due momenti salienti della sua presidenza sono stati il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme e gli accordi di Abramo, fortemente voluti dall’amministrazione Usa, tra Israele e Emirati arabi uniti dello scorso settembre. Trump è stato uno dei presidenti degli Stati Uniti che più di ogni altro ha sostenuto e appoggiato i regimi autoritari della regione, insieme alla monarchia saudita, evitando di fare troppe domande sul mancato rispetto dei diritti umani in molti dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

In questo senso il caso più eclatante è stato l’assassinio del giornalista saudita, Gamal Khashoggi. Secondo molti analisti, Trump e il Segretario di Stato, Mike Pompeo, hanno permesso che la catena di responsabilità che coinvolgono le più alte cariche della monarchia saudita non venisse alla luce. L’amministrazione Trump aveva anche promesso un ridimensionamento nella presenza militare statunitense nel mondo. Uno dei punti centrali della sua presidenza è stato proprio il ritiro completo o parziale dei soldati Usa impegnati in Afghanistan, Iraq e Siria.

Tuttavia, è mancata una politica estera di lungo corso in questi paesi tanto che lo stesso Trump ha dovuto più volte smentire sé stesso in merito al ritiro da aree strategiche per evitare l’avanzata di altre forze impegnate a vario titolo nella regione. Primo fra tutti l’esercito turco che ha approfittato largamente dell’incertezza nella politica estera nella regione da parte degli Stati Uniti per colpire le forze curde nel Nord della Siria, nonostante sia i curdi peshmerga in Iraq sia i curdi delle Unità di protezione maschile e femminile (Ypg-Ypj) in Siria siano stati i principali artefici della sconfitta sul campo dei jihadisti dello Stato islamico (Isis).

Questa inconsistenza nella politica estera di Washington in Medio Oriente ha quindi, da una parte, messo in crisi il tradizionale asse tra Turchia e Stati Uniti all’interno della Nato, dall’altra, ha favorito la spaccatura della Libia con il caotico conflitto che ne è conseguito.

Joe Biden e le primavere arabe

A questo punto il presidente Biden si trova ad avere un’eredità molto difficile da gestire in Nord Africa e Medio Oriente. Una delle chiavi di lettura della sua presidenza potrebbe essere la continuità con la presidenza di Barack Obama, di cui Biden è stato vice. Come sappiamo l’ex presidente Usa aveva salutato con favore il vento della transizione democratica che spirava dopo le proteste del 2011. Questo aveva permesso a molti partiti politici, per anni costretti alla clandestinità, di vincere le successive elezioni politiche. Questo è il caso di Libertà e Giustizia, il partito dei Fratelli musulmani, che è stato al potere in Egitto tra il 2012 e il 2013. Tuttavia, lo stesso Obama non ha saputo difendere questa scelta e nel momento in cui il risultato elettorale è stato messo in discussione dal ritorno in grande stile dei militari con il colpo di stato militare al Cairo del 3 luglio 2013, neppure il presidente degli Stati Uniti ha mosso un dito per difendere il primo presidente legittimamente eletto nel paese nordafricano.

Questo non vuol dire però che l’elezione di Biden non potrebbe rappresentare una ventata di aria fresca per la regione. Già nelle ore dell’incertezza ma quando la sua vittoria era stata data per certa, l’ambasciata degli Stati Uniti al Cairo ha ricevuto la notifica del rilascio di alcuni detenuti politici di cui da mesi Washington chiedeva la scarcerazione. In altre parole, per i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, l’elezione di Biden potrebbe rappresentare nei prossimi anni la garanzia di un maggior spazio assicurato al dissenso e ai movimenti giovanili, pena tagli alle ingenti spese in aiuti militari da parte degli Stati Uniti che solo in Egitto superano gli 1,3 miliardi di dollari l’anno.

Ugualmente per il controverso presidente siriano Bashar al-Assad, la presidenza Biden potrà essere un monito ulteriore per evitare la repressione del dissenso interno e procedere nella fase di ricostruzione del paese con un percorso il più possibile inclusivo delle opposizioni. Questo potrebbe determinare una nuova convergenza tra Washington e Ankara, insieme a molti paesi europei, nella gestione della crisi libica, proprio nel conflitto in cui le critiche sulla gestione dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton per il sostegno assicurato agli islamisti moderati locali si sono fatte più feroci. E determinare anche un ridimensionamento delle mire turche in Siria e nella gestione degli interessi geo-strategici di Ankara legati al controllo del mercato del gas nel Mediterraneo orientale.

Stati Uniti e nucleare iraniano

Eppure gli effetti più significativi dell’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti potrebbero venire proprio dai rapporti bilaterali tra Washington e Teheran. Al tempo della presidenza Obama l’accordo sul nucleare del luglio 2015 aveva segnato un riavvicinamento senza precedenti tra i due paesi che dalla crisi degli ostaggi dopo la rivoluzione islamica del 1979 facevano fatica a parlarsi. Trump ha messo tutto di nuovo in discussione, strappando quell’accordo, imponendo nuove sanzioni contro l’Iran, ordinando l’uccisione di una figura chiave nella gestione dei conflitti regionali, la guida delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani.

Non solo, l’amministrazione Trump ha posto il veto su qualsiasi iniziativa bilaterale da parte di paesi terzi che volesse bypassare le nuove sanzioni Usa contro l’Iran mettendo in seria difficoltà l’economia locale e rafforzando la componente conservatrice alle elezioni parlamentari che si sono svolte nel febbraio del 2020.

Insieme all’annuncio dell’elezioni di Biden, è arrivata l’ottima notizia della scarcerazione temporanea dell’attivista iraniana per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Questo potrebbe essere il primo di una serie di segnali da parte di Teheran per riaprire il dialogo con gli Stati Uniti e tornare al tavolo negoziale riprendendo in mano l’accordo di Vienna con l’intento di chiudere la pagina oscura del nuovo isolamento a cui Trump aveva costretto il paese, ancora governato da un presidente moderato Hassan Rohani e da uno dei più strenui difensori della politica del dialogo, il ministro degli Esteri, Javad Zarif.

Gli Stati Uniti di Biden potrebbero segnare una vera svolta nella politica estera americana in Nord Africa e Medio Oriente nel segno di una politica più vicina alle richieste dei movimenti sociali che hanno negli ultimi anni attraversato la regione. La nuova amministrazione Usa, nel segno della presidenza Obama, potrebbe assumere un atteggiamento critico nei confronti degli autocrati locali, che hanno rafforzato le loro politiche di repressione utilizzando il pretesto del contenimento della pandemia in corso, favorendo l’evoluzione di quei movimenti che erano fioriti all’inizio del decennio scorso e che poi lentamente hanno visto ridimensionate le loro aspirazioni, insieme alla fine dell’isolamento dell’Iran dalla comunità internazionale, anche questa solo appena abbozzata da Obama.

Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri), borsista di ricerca all’Università di Pavia, è membro del Comitato scientifico della Scuola di Torino di regolamentazione locale. Si occupa di movimenti sociali e giovanili, politiche del lavoro, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato per MERIP, Il Mulino, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, The International Spectator, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.


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calamiggnatto 57 e i suoi sgherri infami
11 Novembre 2020 00:02

speriamo che sia vero, nutro grandissime speranze su questa elezione

il puffo fortuto insulso è puttan
11 Novembre 2020 00:03

io sono testimone

fatima
15 Novembre 2020 00:10

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calamiggnatto 57 e i suoi sgherri infami camionist
16 Novembre 2020 00:03

per favore usate questo blog solo per commenti inerenti…grazie

il puffo fortuto insulso è puttan
16 Novembre 2020 00:04

io sono testimone

giacy bocca di fogna e simule pregiudicate stalker
16 Novembre 2020 00:05

industria…


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Giuseppe Acconcia

Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri), borsista di ricerca all’Università di Pavia, è membro del Comitato scientifico della Scuola di Torino di regolamentazione locale. Si occupa di movimenti sociali e giovanili, politiche del lavoro, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato per MERIP, Il Mulino, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, The International Spectator, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.

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