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Canada, il burro non si scioglie più a temperatura ambiente: il motivo

In Canada, è in atto il cosiddetto “buttergate” nato in seguito a svariate segnalazioni relative all’innalzamento del punto di fusione del burro.

Canada

In Canada, un numero considerevole di cittadini ha riscontrato anomalie nel burro: il prodotto, infatti, tende a non sciogliersi più se lasciato a temperatura ambiente.

Canada, il burro non si scioglie più a temperatura ambiente

Il burro canadese non si scioglie più a temperatura ambiente ma ha bisogno di temperature più alte: è quanto segnalato da svariati utenti sui social.

Le segnalazioni hanno avuto un’eco tale da coinvolgere anche giornalisti ed esperti alimentari: ciononostante, sono ancora dubbi i motivi che hanno indotto un simile cambiamento nel prodotto alimentare.

A dare il via allo “scandalo del burro” o “buttergate” pare sia stato un tweet di Julie Van Rosendaal, autrice canadese di libri di cucina, che il 5 febbraio 2021 ha scritto: «C’è qualcosa di strano nel nostro burro e scoprirò cosa.

Avete notato che non si scioglie più a temperatura ambiente? Lo trovate acquoso? Gommoso?».

Il post della donna apparso su Twitter ha ricevuto oltre 200 risposte che confermavano le impressioni dell’autrice canadese e denunciavano una diminuzione della morbidezza e delle caratteristiche spalmabili del prodotto.

Aumento della domanda e pandemia

Circa due settimane dopo la pubblicazione del tweet, la stessa Julie Van Rosendaal ha scritto un articolo divulgato dal giornale Globe and Mail in cui si focalizzava, per l’appunto, sui cambiamenti riscontrati nel burro canadese.

Tali cambiamenti sono stati attribuiti dall’autrice alla pandemia da coronavirus: l’aumento della domanda registrata nei confronti dell’alimento, infatti, potrebbe aver spinto gli allevatori a modificare l’alimentazione delle mucche al fine di incrementare la produzione di latte e burro. A questo proposito, sulla base dei dati forniti dalla Dairy Farmers of Canada, associazione di categoria dei produttori di latte canadesi, la domanda relativa al burro è cresciuta di oltre il 12% nel 2020, rispetto alle vendite del 2019.

Pare, quindi, valida l’ipotesi che gli allevatori possano aver modificato la dieta delle mucche durante l’estate 2020, introducendo quantità elevate di olio di palma nei mangimi per aumentare la produzione di latte e grasso. La pratica è in uso da oltre due decenni e non comporta effetti collaterali sulla salute umana.

Le dichiarazioni della Dairy Farmers of Canada

Pur non essendo stati effettuati studi specifici sugli effetti indotti dall’olio di palma nei prodotti caseari, gli esperti hanno spiegato che una maggiore concentrazione di acido palmitico nel latto può provocare l’innalzamento del punto di fusione del burro, solitamente attestato tra i 28 e i 33 gradi centigradi

Sulla questione è intervenuta l’associazione dei produttori di alimenti caseari canadesi che, in un’intervista alla rivista Real Agriculture, ha negato eventuali cambiamenti nei mangimi e nella composizione dei prodotti realizzati, caratterizzati da «almeno l’80 per cento di materie grasse di latte» esclusivamente canadese.

Allo stesso modo, si è espressa anche la Dairy Farmers of Canada che ha spiegato come sia normale che i valori legati alla presenza di acido palmitico nei prodotti alimentari possa variare, pur sempre entro limiti specifici, «in base alle peculiarità stagionali e regionali nella dieta di mucche […] e che questa fluttuazione possa modificare la temperatura alla quale il burro si scioglie». Inoltre, l’associazione ha anche affermato che le «analisi di routine sulla composizione di acidi grassi nel latte non indicano che nell’ultimo anno sia avvenuto un aumento della quantità di acido palmitico rispetto alla norma».

Infine, la Dairy Farmers of Canada ha anche confermato che può capitare che gli allevatori modifichino l’apporto di olio di palma nei mangimi delle mucche per stimolare «l’apporto energetico delle loro diete e fornire maggiore energia agli animali, senza aver mai riscontrato alcun tipo di effetto indesiderato».

L’associazione ha comunque istituito un team di esperti che analizzerà dettagliatamente il fenomeno per far luce sulla questione.

Nata a Napoli il 16 marzo 1992, consegue una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Scienze storiche indirizzo contemporaneo presso l'università "Federico II" di Napoli e il diploma ILAS da Graphic Designer. Ha partecipato a stage di editoria e all’allestimento di fiere del libro con l’associazione "Un'Altra Galassia". Attualmente collabora con Notizie.it.


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Ilaria Minucci

Nata a Napoli il 16 marzo 1992, consegue una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Scienze storiche indirizzo contemporaneo presso l'università "Federico II" di Napoli e il diploma ILAS da Graphic Designer. Ha partecipato a stage di editoria e all’allestimento di fiere del libro con l’associazione "Un'Altra Galassia". Attualmente collabora con Notizie.it.

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