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Vaccino Johnson & Johnson: a rischio 55 milioni di dosi per l’Europa

Johnson & Johnson ha comunicato all’Unione Europea che non potrà garantire le 55 milioni di dosi del suo vaccino entro il giugno del 2021.

Johnson&Johnson vaccino
Johnson&Johnson annuncia possibile ritardo nella consegna dei vaccini

Johnson & Johnson annuncia: “Non garantiamo le 55 milioni di dosi di vaccino entro giugno per l’Europa”. La società aveva comunicato di avere difficoltà nel reperire dei componenti per la produzione dei farmaci.

Vaccino Covid: Johnson & Johnson in difficoltà

Johnson & Johnson ha comunicato all’Unione Europea che non potrà garantire le 55 milioni di dosi del suo vaccino entro il giugno del 2021. Il vaccino in questione richiede una sola dose e dovrebbe essere approvato l’11 marzo dall’Ema. Le consegne dovrebbero iniziare da aprile.

Il rischio di un possibile ritardo nelle forniture del vaccino si era già percepito: la scorsa settimana, la multinazionale farmaceutica statunitense aveva confessato all’Ue di avere difficoltà nel reperire i componenti necessari alla produzione del farmaco.

Di questi 55 milioni di dosi di vaccino che avrebbero dovuto essere consegnate all’Ue nel secondo trimestre del 2021, circa 10 milioni sarebbero dovute finire alla Germania e 7,3 milioni all’Italia.

Vaccino J&J: come funziona

A differenza degli altri vaccini, quello di Johnson & Johnson prevede una sola dose. Il farmaco sfrutta un adenovirus innocuo (Ad26) per veicolare le informazioni genetiche della proteina S del Covid.

Dopo la somministrazione al paziente, questo entra nelle cellule umane, fornendo le istruzioni necessarie per la sintesi di proteine virali, le quali migrano sulla superficie delle cellule e vengono riconosciute come estranee dal sistema immunitario. Questo induce la produzione di anticorpi specifici che in futuro proteggeranno la persona in caso fosse esposta al virus.

Secondo quanto emerge dall’analisi della FDA, il vaccino J&J garantisce un livello di protezione dell’infezione (da moderata a grave) del 72% negli Stati Uniti, percentuale che sale all’86% nel proteggere dai casi gravi della malattia.

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