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L’opinione di Stefano Iannaccone

Finché c’è Draghi al governo, ai partiti è consentito solo di fare fiction

Fra proposte irrealizzabili e disegni di legge fermi nelle calendarizzazioni delle camere, ormai i partiti servono solo ad alimentare dibattito. E il Pnrr ne è la prova.

show politica letta salvini draghi

Un grande spettacolo politico, in cui alcuni attori recitano su un palco, con un nutrito pubblico davanti. Così giusto per mettersi in mostra, pur sapendo di non essere i protagonisti, ma delle comparse che devono cercare di lasciare qualche traccia.

Questa è la fotografia delle ultime settimane di confronti, dibattiti e polemiche politiche, che hanno confermato un fatto: l’autocompiacimento per lo show dei leader. Ma con un’aggiunta: senza un reale impatto sulla vita degli italiani.

La cronaca aiuta a comprendere certe dinamiche. In primo piano c’è stato soprattutto il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, con la sua proposta per la dote giovani, finanziata con una tassa di successione. Un autentico cavallo di battaglia, lanciato nell’arena senza alcun preavviso.

L’iniziativa ha alimentato le tensioni all’interno della maggioranza. E non ci voleva un indovino per prevederlo. Addirittura sono stati segnalati malumori a Palazzo Chigi per la sortita lettiana: si mormora che il presidente del Consiglio sia rimasto sorpreso dalla tempistica.

Eppure la proposta del leader dem, indipendentemente dal giudizio nel merito, assume i contorni di una battaglia simulata, un modo per far discutere in una bolla ovattata. Perché, alla fine, le decisioni spettano ad altri.

Perciò, senza troppi giri di parole, gli osservatori più critici hanno spiegato come con questa maggioranza, in cui ci sono Lega e Forza Italia, appare propagandistico agitare l’ipotesi una tassa di successione. Fosse anche per salvare l’umanità.

Del resto, con Letta, era già accaduto qualcosa di simile, fin dall’inizio. Dopo l’insediamento alla guida del Pd, ha pensato bene di rilanciare il tema dello Ius soli. Ebbene sì, all’improvviso il Pd si è ricordato della questione di allargare i diritti di cittadinanza. Nella consapevolezza che la norma non ha alcuna speranza di essere approvata con questa maggioranza. Insomma, serviva solo fare un po’ di ammuina. La domanda è più che lecita: perché non porre il tema durante i sedici mesi di governo Conte? O, magari, nella scorsa legislatura quando il Pd ha governato per cinque anni?

Non è dissimile il discorso sul ddl Zan. I parlamentari di centrosinistra si marchiano le mani con la scritta a favore della legge, per fare un po’ di battage sui social. Legittimo, certo. Ma perché non prevedere l’approvazione, in tempi stretti, al Senato dopo il via libera arrivato alla Camera lo scorso 4 novembre? Così si torna al punto di partenza: si discetta di argomenti, importanti per carità, giusto per lanciare un segnale di esistenza, marcare un po’ il territorio. Il risultato? Strappare qualche titolo di giornale roboante o la dichiarazione nei tg più lunga, mentre Draghi e i suoi fedelissimi tirano avanti la carretta.

E peraltro non è che il grande antagonista di Letta, il leader della Lega, Matteo Salvini, stia facendo cose diverse. Segue una strategia praticamente uguale, cambiano solo gli argomenti. La grande campagna sull’ora di coprifuoco in meno, dalle 22 alle 23, è stata narrata una battaglia campale, qualcosa dal sapore di eroico, una questione di vita o di morte. Addirittura è stato allestito un teatrino, con tanto di strappo nel Consiglio dei ministri, per ritagliarsi il quarto d’ora di gloria, quella visibilità necessaria alla sopravvivenza politica. È apparso tutto lunare, uno spettacolo a parte.

E che dire, ancora, della campagna referendaria sposata da Salvini sulla Giustizia? C’è di mezzo il grande tema della riforma, che la Guardasigilli Marta Cartabia è fermamente intenzionata a portare avanti, attraverso il dialogo con le forze di maggioranza. E cosa fa l’ex ministro dell’Interno? Pensa a conquistarsi lo spazio, cerca di collocarsi al centro della scena, abbracciando il progetto dei Radicali sul referendum.

Tutta fiction, ancora una volta. Almeno fino a che ci sarà Draghi a Palazzo Chigi, è chiaro un punto: i partiti di maggioranza devono solo digerire le scelte. Gli è concesso fare scena, magari per cercare di indorare la pillola di fronte a provvedimenti non graditi.

Un esempio pregnante è la gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il dossier è stato affidato ai tecnici, con il Parlamento che risulta pressoché spettatore non pagante. Certo, anche per colpe proprie: sono stati gli stessi partiti a immergersi nel pantano. Ma questo non diminuisce la gravità della situazione: il commissariamento della politica non è mai un bene, resta un problema di fondo del sistema-Italia e anche della maturità democratica del Paese. In questo quadro, sinceramente, è difficile celare la preoccupazione per quando finirà il grande show dei partiti all’ombra dei tecnici.

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