Firenze, comunicato manifestazione donne 8 marzo : "Se non ora, quando?" | Notizie.it
Firenze, comunicato manifestazione donne 8 marzo : “Se non ora, quando?”
Cronaca

Firenze, comunicato manifestazione donne 8 marzo : “Se non ora, quando?”

Dopo il successo delle manifestazioni svoltesi il 13 febbraio scorso nelle piazze italiane, le donne tornano a mobilitarsi proprio nel giorno dell’ anno consacrato alla loro festa, l’ 8 marzo. Questa la data scelta dal movimento per una nuova trasversale iniziativa.
La data, riconosciuta dall’ Onu ed in gran parte del mondo, serve a “ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo“.

Quest’ anno la festa delle donne vuole essere qualcosa di più di un avvizzito rametto di mimosa.
Vuole essere l’ occasione per gridare la propria voglia di dignità.
Dignità personale, dignità sociale, dignità lavorativa.
Dignità. Una parola che di questi tempi sembra per molti aver perso significato.

Ecco di seguito le parole delle organizzattrici delle manifestazioni, che con questo comunicato cercano di spiegare le loro ragioni:

“Oggi più che mai c’è bisogno della ricchezza che i movimenti di donne possono offrire.
Noi donne ci siamo con la nostra cultura di liberazione, di democrazia, di affermazione dei diritti individuali.
E in questo momento diciamo:

GIU’ LA MASCHERA

Noi non siamo come ci raccontano!

Non è da oggi che la pubblicità e i media italiani ci dipingono come manichini muti, prive di intelligenza e personalità, incapaci di formulare un nostro pensiero, disposte a farci spogliare e manipolare, bambole al servizio degli appetiti maschili, frivoli oggettini di intrattenimento o procaci seduttrici.

Le donne, tante, tantissime, che hanno manifestato domenica 13 febbraio, sono la conferma di quanto stiamo affermando.

Non siamo come ci raccontano perché nel Paese vero le donne che lavorano in casa e fuori casa, che studiano, che lottano, si sono mostrate in 320 piazze italiane rivendicando la liberazione dal giogo di un’immagine distorta, proposta dalla condotta di un capo di governo che induce vergogna in Italia ed all’estero.

E’ stata una presenza che deve segnare un punto di svolta, l’inizio di un processo che veda noi donne trovare voce comune, al di là di ogni appartenenza e condizione, per rimuovere tutti i condizionamenti che giocano un ruolo pesantemente negativo riguardo alla nostra immagine, alle scelte della nostra vita – personale e lavorativa – ed alla nostra incolumità dalla violenza maschile in tutte le sue espressioni.

Infatti in nome di una falsa emancipazione le donne sono usate da molto tempo come oggetti sessuali in televisione, nelle riviste, sui cartelloni pubblicitari.

La mercificazione del corpo femminile fa parte di una normalità troppo spesso proposta come modello di realizzazione individuale.

Gli eventi degli ultimi due anni non fanno che rafforzare questo giudizio: il governo stesso è guidato da chi esprime in sommo grado una “cultura” che vuole impostare i rapporti fra i generi in base alla subalternità femminile rispetto al potere maschile.
Dall’altra parte la visione più reazionaria di stampo cattolico imposta dalle politiche governative con sempre maggiore aggressività, ripropone come unico stile di vita ammissibile la famiglia tradizionale, esaltando il ruolo della donna all’interno di essa come moglie e madre votata al sacrificio. E il sistema di welfare del paese rimane basato sul lavoro non retribuito delle donne che curano bambini e anziani a costo zero per lo stato!

Intanto, le morti sul lavoro, in continuo aumento, ricordano la tragica origine dell’8 marzo. La precarizzazione del lavoro e l’arretramento dello stato sociale rendono sempre più difficile la condizione materiale delle donne, limitandone di fatto la libertà di scelta e la possibilità di progettare il proprio futuro.

Questo è il paese che non riconosce la libertà delle donne, che svaluta chi lavora, che programma il precariato come strumento di emarginazione e di ricatto di generazioni di giovani, che paga meno le donne che svolgono lo stesso lavoro degli uomini. Il paese dove a una donna si può chiedere all’atto dell’assunzione di sottoscrivere le proprie dimissioni “in bianco”

Il paese in cui le donne migranti sono doppiamente discriminate, in quanto immigrate ed in quanto donne: spesso con condizioni di lavoro che impediscono loro di tenere con sé figli e figlie e le privano di una propria vita affettiva e familiare.

Questo è il paese dove il femminicidio è per le donne la seconda causa di morte, nel quale la violenza maschile, nell’ambito della famiglia e fuori della stessa, fa registrare con una cadenza impressionante morti ed aggressioni che rappresentano ormai un allarmante indicatore di quanto sia distorto il rapporto tra i generi, espressione di una cultura delle sessualità connotata dalla miseria della concezione della donna da parte dell’uomo che non dismette la propria convinzione di poter esercitare sulla stessa ogni suo potere.

Noi intendiamo reagire a tutto questo, alle antiche discriminazioni e alle nuove servitù, vogliamo ricollocarci al centro della vita del nostro Paese per restituire ad esso e a noi energia e dignità dopo quasi un ventennio di progressivo adattamento al berlusconismo. Non sarà facile rimuovere le macerie e ancora più difficile sarà costruire relazioni nuove fra donne e uomini: ma non intendiamo fermarci. Anzi, invitiamo gli uomini a non perdere quella che speriamo si riveli un’occasione preziosa.”

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