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Coronavirus: Amref, 'in Africa allarme negli slum, rischio bomba sociale'

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Roma, 9 apr. (Adnkronos Salute) – In Sud Sudan non c'è neanche un posto in terapia intensiva. In Senegal iniziano ad aumentare i casi di Covid-19. In Kenya ci sono 155 posti di terapia intensiva. E 50 milioni di abitanti, 10 milioni di 'invisibili'. Gli slum sono una realtà. Come Covid-19 è realtà in 52 Paesi dell'Unione Africana: i dati ufficiali parlano di oltre 10.000 casi di contagio e oltre 500 vittime. Cos'è l'emergenza coronavirus negli slum? "Una bomba sociale", risponde senza tentennamenti in un'intervista all'AdnKronos Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa-Italia. L'organizzazione è nata oltre 60 anni fa a Nairobi e oggi è attiva in quasi 30 Paesi africani, con 1.300 operatori.

Negli slum l'unica regola è "sopravvivenza ora per ora".

E il rischio coronavirus si presenta "in un contesto igienico sanitario drammatico, dove già ci sono altre infezioni, dove la polmonite è una delle principali cause di morte e – dice Micucci – se arriva anche un'altra infezione che si va a sommare a uno stato già drammatico, quegli slum rischiano veramente di diventare bombe sociali". "Negli slum non ci sono numeri reali – sottolinea – Monitorare il numero di persone presenti nello slum è già molto complicato. Non si sa dell'esistenza di quelle persone. Si vive molto stretti tra tanta sporcizia, purtroppo anche violenza. Ci sono anche molte persone che combattono per portare il pane a casa ogni giorno e che mandano figli a scuola sperando in una vita migliore per loro. Vogliono tutti una vita migliore e vogliono rimanere lì perché quella è casa loro".

In Africa dietro all'emergenza coronavirus ci sono tanti piccoli, grandi problemi. In Kenya l'emergenza significa anche "problema dei certificati di nascita". "Senza non si può accedere al sistema dell'istruzione, al sistema sanitario – osserva Micucci – Su una popolazione di 50 milioni di persone ci sono 10 milioni di persone che non esistono per lo stato che non sono mai state tracciate. Come si fa a immaginare un approfondimento dal punto di vista sanitario attraverso dei test su persone che formalmente non esistono anche se nella sostanza sono lì e vivono ogni giorno?".

I dati del Centro di controllo delle malattie dell'Unione Africana (Cdc Africa) aggiornati al 7 aprile parlano di sei morti con coronavirus in Kenya e di 172 casi di Covid-19.

"Poche centinaia di casi in un Paese con 50 milioni di persone – sottolinea ancora Micucci – Ci sono 155 posti di terapia intensiva. Il tema è avere strumentazione, equipaggiamenti e soprattutto saper fare". Anche qui Amref lavora alla formazione del personale. Il Kenya è sempre il Paese in cui resta elevata la minaccia terroristica di matrice islamica. E' il Paese in cui "quando hanno imposto il coprifuoco ci sono state piccole sommosse popolari, le forze dell'ordine hanno usato la forza per sgomberare aree in cui c'erano assembramenti", ricorda. "E' un filo molto sottile quello che non va oltrepassato per far scoppiare crisi sociali che – dice – nascono dalla paura e dalla preoccupazione di riuscire a sopravvivere".

"In Africa i numeri ufficiali del contagio sono bassi rispetto a quelli europei, ma il livello di monitoraggio è estremamente più basso e il rischio è altissimo", avverte.

Poco più di 10.000 casi accertati "in un continente che è oltre due volte tutto il continente europeo", con "sistemi sanitari al collasso o inesistenti o molto fragili", sottolinea Micucci. E, "se consideriamo gli scambi commerciali che c'erano con la Cina e l'Europa molto probabilmente i casi sono 10, 15 volte di più: il rischio conseguente è il collasso dei sistemi sanitari, ma anche economici".

Amref guarda con preoccupazione al Sud Sudan. Un solo caso confermato dai dati ufficiali. "Non c'è un solo letto di terapia intensiva, non c'è capacità di fare i test, c'è un conflitto aperto da sempre e quindi le difficoltà di spostamento non consentono un monitoraggio", sottolinea Micucci. Qui Amref sta facendo "formazione su come realizzare i test e come trasportarli". Perché in Africa è anche questo il problema. Se ci sono i test, se si sanno fare i test, bisogna poi anche saperli trasportare, anche per centinaia e centinaia di km. "In Sud Sudan c'è un unico laboratorio ed è nella capitale", sottolinea. In generale, "i Paesi più a rischio sono quelli che hanno tuttora situazioni di conflitto", dice Micucci, che pensa a "Congo, Mali, ai Paesi con conflitti interni o con altri Stati, a Somalia, Sudan ed Eritrea". "Paesi estremamente fragili rischiano di collassare", avverte.

Inizia a preoccupare anche la situazione in Senegal. Due morti con coronavirus e 237 casi secondo i dati dei Cdc Africa del 7 aprile. "I numeri iniziano a crescere", osserva. Il Sudafrica, Paese del continente con il maggior numero di contagi (1.740 casi e 13 decessi), "sembra essere ad oggi il più colpito, ma – avverte – è anche quello con il sistema sanitario più solido e forse anche per questo ha numeri superiori".

In Africa, evidenzia il direttore di Amref Health Africa-Italia, servono "prima di tutto dispositivi di protezione individuale". "Lo abbiamo visto durante la crisi dell'ebola: la prima categoria che è stata spazzata via dall'epidemia sono stati gli operatori sanitari – ricorda – Si creano danni per i prossimi 10-15 anni". E nel continente proprio "alcuni di quei Paesi che all'epoca hanno subito il dramma dell'ebola sono in parte più preparati". Oltre ai dispositivi di protezione individuale, all'Africa servono "risorse" per i "laboratori di analisi per fare i test".

E se la 'terapia' contro la diffusione della Covid-19 è il distanziamento sociale, in Africa non si può immaginarne l'applicazione. "E' diversa la struttura sociale – osserva Micucci – Ci sono Paesi con metropoli di 10-15 milioni di persone". Come si fa a dire agli africani di restare a casa, "quando nella maggior parte dei casi una casa non c'è?". Uno dei lavori più delicati, spiega, diventa quindi quello di far "arrivare il messaggio soprattutto nelle aree rurali in cui non essendoci casi emersi in modo evidente, non che non ce ne siano, non c'è la percezione del rischio". Come si fa a bloccare il lavoro quotidiano? "Il distanziamento sociale in quella situazione crea direttamente un altro problema, ovvero quello della sussistenza di chi – conclude – lavora in strada e di tutta la sua famiglia e della rete che sostiene".

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