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Grotta in Thailandia: forse a processo il giovane allenatore

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Terminate le operazioni di salvataggio dei giovani rimasti intrappolati nella caverna, il giovane allenatore forse dovrà affrontare un processo.

Finite con successo le operazioni di recupero dei 12 ragazzini rimasti intrappolati per 20 giorni nella grotta di Tham Luang in Thailandia. Dopo delle impegnative operazioni di recupero che hanno tenuto il mondo con il mondo con il fiato sospeso il giovane allenatore della squadra giovanile dei “cinghialotti” Ekapol “Ek” Chantawong dovrà molto probabilmente affrontare un processo.

Considerato responsabile

Il venticinquenne è infatti considerato responsabile di aver introdotto nella grotta il gruppo di ragazzi – con età comprese tra gli 11 e i 16 anni – il giorno prima dell’inizio ufficiale della stagione dei monsoni, mettendo così a rischio oltre che se stesso la sua giovane squadra. Una responsabilità che però – probabilmente anche perché è finita bene – almeno dalla maggior parte dei genitori dei bambini coinvolti non viene tradotta in colpa.

È infatti con una lettera recapitata dai soccorritori il 7 luglio che i genitori dei bambini gli chiedevano di “avere cura dei bambini, e non incolpare te stesso”. Il ragazzo è infatti stato lodato per essere riuscito a tenere in vita da solo, e per 9 giorni, i 12 ragazzi, facendo affidamento su tecniche buddiste per far mantenere la calma ai bambini e per resistere ai morsi della fame.

Ek: una storia sfortunata

Una storia sfortunata, quella del giovane allenatore: a 12 anni aveva già perso entrambi i genitori ed il fratello. Dall’età di 10 anni entrò come novizio in un monastero, che dovette però abbandonare prima di diventare monaco perché richiamato a prendersi cura della anziana nonna presso Mae Sai. Esperienza che gli ha lasciato però gli insegnamenti necessari ad affrontare una situazione disperata riuscendo a non perdere la calma e il sangue freddo.

Il giovane non ha nazionalità

Eletto dai media come eroe nazionale, il giovane Ek non è nemmeno thailandese. La Thailandia ospita infatti circa 480.000 persone prive di nazionalità, originarie dell’area che circonda Mae Sai, il cosiddetto “triangolo d’oro”: una terra di nessuno, senza legge, che comprende porzioni di Thailandia, Myanmar, Laos e Cina. Una condizione che riguarda non solo l’allenatore, ma anche alcuni dei membri della giovane squadra dei cinghialotti.

Un problema anche per tre dei ragazzi

“Riuscire ad ottenere la nazionalità è la più grande speranza per questi ragazzi… già in passato per via del loro status abbiamo avuto problemi a partecipare a tornei fuori dalla regione di Chiang Rai” dicono ad AFP Dul, Mark e Tee, i fondatori del team. “E senza i passaporti non saranno in grado di accettare l’invito che il Manchester United ha fatto alla squadra per la prossima stagione”. Ragazzi che a causa di questo status rischiano di non poter diventare giocatori professionisti, anche se resta da vedere quale esito avrà la richiesta di nazionalizzazione da poco avanzata.

Un futuro incerto

Quindi un futuro dai tratti incerti per Ek, indubbiamente responsabile di aver portato la giovane squadra nella caverna, ma capace di tenerla in vita da solo per 9 lunghissimi giorni. Un successo quindi, anche se dovrà rispondere – prima di tutto a se stesso, ma probabilmente anche in tribunale – per la morte di un uomo che nel tentativo di salvare a loro la vita ha perso la propria.

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