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Gaia Dominici (Siankiki), dall’Italia al Kenya: “La mia vita tra i Masai, qui mi sono riscoperta intera”

Dalla Colombia all'Italia fino alla terra Masai: Gaia Dominici (conosciuta sui social come Siankiki) si racconta a Notizie.it.

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Quella di Gaia Dominici, in arte Siankiki, è una storia a dir poco particolare. Una storia che parte dalla Colombia, passa per l’Italia, fa il giro del mondo e poi arriva in Kenya, nella terra dei Masai, dove oggi vive insieme al marito e alla figlia.

Gaia, la tua storia è “intercontinentale” e veramente particolare, ma vorrei che fossi tu a raccontarla. Facciamo un passo indietro. Cosa facevi prima di arrivare in Kenya e cosa ti ha portato in terra Masai?

La domanda giusta è cosa non ho fatto prima di arrivare qui (ride, ndr). Sono venuta in Kenya per la prima volta da giovanissima, avevo appena vent’anni, molto giovane, molto inesperta, ma mi sembrava di aver già vissuto tremila vite.

Avevo viaggiato in lungo e in largo, avevo vissuto in Australia, in quel momento vivevo in Inghilterra dove mi stavo laureando in fotogiornalismo, l’anno prima ero stata in Brasile a documentare la situazione nelle favelas…

C’è davvero da chiedersi dove non sei stata.

Di strada ne ho fatta, sì.

Come mai sei tornata poi in Kenya?

Sempre per motivi di studio. Sono andata prima a Nairobi, non sono venuta subito in terra Masai, perché dovevo fare per l’università un’esperienza lavorativa sul campo visto che la mia specializzazione sarebbe poi stata quella di reporter di guerra.

Ero lì e documentavo diverse tematiche negli slum. Per puro caso, per qualche giorno di pausa, sono venuta in terra Masai e mi sono innamorata in tutti i sensi. Ho sentito un forte legame con questa terra di cui prima conoscevo solo il lato “brutto”, il più duro e il più crudo. Venendo qui invece sono rimasta affascinata dalla natura, dalla fauna selvatica.

Ti sei innamorata in tutti i sensi perché lì non hai trovato solo una casa ma anche un marito.

Come vi siete conosciuti?

Un po’ per caso. Io ero in un boma, che sono le abitazioni tipiche dei Masai nella savana. Stavo scattando delle foto a una ragazza per un progetto fotografico universitario e Ntoyiai era amico del marito di questa ragazza. Ci siamo conosciuti così.

Da lì hai scelto di rimanere per amore o c’era altro?

Ero ancora al secondo anno di università, quindi sono tornata in Inghilterra per laurearmi. Per un po’ ho fatto avanti e indietro però sono poi tornata e rimasta per Ntoyiai, anche se credo che l’amore non sia sufficiente per un cambio di vita così radicale. Penso che un grande ruolo lo abbia avuto il mio legame con il Kenya e con la savana.

Cosa ti ha fatto pensare “questo è il mio posto, questa è la mia casa”?

Come mi sento qui, tutti i giorni. Per capire meglio però bisogna fare un passo indietro nella mia storia. Io sono nata in Colombia, sono stata adottata da piccolissima e cresciuta in Italia. L’adozione ha lasciato un’enorme ferita dentro di me e mi ha sempre spinto a cercare una verità nel mondo, in me stessa e nelle persone intorno a me. Ero sempre alla ricerca della mia identità, nonostante ci tengo a sottolineare che alle mie spalle c’è una famiglia meravigliosa che mi ha dato tantissimo. Il bisogno di identità di una persona adottata non è il riflesso di quanto sia stata amata dai genitori adottivi, sono due cose parallele. Mi sono sempre sentita divisa, in pezzi. C’era un pezzo colombiano, un pezzo italiano, un pezzo da girovaga per il mondo. Non sapevo a chi e cosa appartenevo, cosa volevo essere. Quello che mi ha trasmesso il Kenya è stato ritrovarmi intera, scoprire che tutti questi pezzi, tutte queste mie metà appartengono a una sola persona, che sono io.

Tu ora che cittadinanze hai? Le hai tutte e tre?

Al momento ne ho due, italiana e colombiana.

Non senti la mancanza dell’ufficialità per quanto riguarda il Kenya?

Al momento sono residente qua, ho un permesso di soggiorno come coniuge di un cittadino keniano. Quando potrò richiedere la cittadinanza keniana, cioè a 7 anni dal matrimonio (ne mancano ancora 4), mi troverò davanti a una scelta difficile perché non posso avere tre cittadinanze per il governo keniano. Tornerò un po’ al discorso delle mie metà: quale scegliere, a quale rinunciare? Quando sei veramente pronto a togliere un pezzo di te, a tranciare quel legame invisibile ma che c’è sempre stato.

Senti mai la mancanza dell’Italia e degli agi del mondo occidentale?

Io ho lasciato l’Italia per lanciarmi alla volta del mondo a 19 anni appena compiuti, quindi quando sono arrivata in Kenya vivevo già da quasi 4 anni lontano dalla famiglia, da casa, dagli amici, da quella comfort zone in cui cresciamo. Quindi devo dire che avevo già preso il volo, mi ero già staccata dalla placenta.

Molto prima della media italiana, tra l’altro.

Sì, ero giovanissima. Mi manca l’Italia perché la amo, ci sono stata in vacanza quest’anno e non vedo l’ora di andarci di nuovo soprattutto in estate, poi c’è lì la mia famiglia… ma non credo che riuscirei a viverci in pianta stabile per il tipo di mentalità e di visione del mondo mi sento molto lontana, per certi aspetti, dalla cultura italiana. Quindi non credo che riuscirei a viverci a lungo, però mi sento molto legata al mio Paese, questo sì.

Hai avuto una sorta di “reverse culture shock” quando sei tornata quest’estate?

Sì, succede sempre.

Cosa ti ha più “shockato”?

Tutto! È proprio uno stile di vita completamente diverso. Già il fatto di entrare in una casa, in centro città… non siamo abituati. Chiaramente ci sono dei comfort in più, a partire dal bagno in casa. Noi abbiamo un bagno ma è fuori, quindi c’è tutto il disagio quando devi andare in bagno di notte e piove, la terra diventa fango, è buio, non ci sono luci.

Un’altra cosa molto diversa dal mondo occidentale è il modo in cui cucinate.

Noi cuciniamo all’aperto, ma non è così per tutti. Non abbiamo la cucina perché io non sono una cuoca provetta, non amo cucinare. Ntoyiai si arrangia in qualche modo. Quindi non abbiamo mai sentito l’esigenza di costruire un luogo apposito per cucinare. Se piove però cuciniamo dentro, nello spazio che c’è.

Come fate invece per esempio se c’è bisogno di andare dal medico? O le scuole, come funzionano?

Qui vicino a noi c’è una scuola primaria, in parte pubblica e in parte privata. Nella nostra comunità abbiamo diverse chiese. Per avere accesso a servizi un po’ più “elevati” abbiamo o due centri abitati piccoli relativamente vicini a noi, che raggiungiamo a piedi o in piki piki (la moto), oppure ci sono due città molto più grandi a circa un’ora e mezza/due di distanza dove arriviamo in macchina o in moto. E poi c’è Nairobi, che però da noi dista sei/sette ore. Noi siamo in un tratto di strada non asfaltata, quindi nella stagione delle piogge è molto difficile muoversi.

Un’altra cosa curiosa è come fate con l’elettricità e con Internet.

Mi chiedono sempre come faccio a usare Instagram (ride, ndr). La rete arriva, poi non è forte e stabile. Nel nostro boma per esempio va solo in un punto. Cosa facciamo? Ci adattiamo. Per quanto riguarda la linea telefonica, c’è, anche se il segnale arriva debole. L’elettricità non c’è, usiamo dei pannelli solari di una compagnia telefonica. Sul tetto della nostra casa c’è un pannello solare molto grande collegato a una batteria che ci dà la luce e la carica per i cellulari.

Com’è la tua giornata tipo e che lavoro fai?

Noi, come Masai, seguiamo molto i ritmi naturali della natura. Ci si sveglia molto presto all’alba e si va a dormire al massimo alle 9-9.30. Al mattino faccio la mamma, sto dietro a mia figlia Nare. Poi lei va a giocare nel boma di mia suocera, sta dalla nonna e io sono un po’ più libera per andare in città a fare delle commissioni. Ntoyiai si occupa del bestiame, che noi commerciamo. Io mi occupo di tante altre cose. Io racconto la nostra vita su Instagram e ho diversi progetti digitali: un corso di swahili; Pamoja Shop che è il nostro progetto di artigianato locale e che dà lavoro anche ad altre donne della comunità.

Di fatto sei un’imprenditrice.

Penso di sì, si può usare questa parola.

Qual è la tradizione Masai che più ti ha colpito in positivo?

Ce ne sono tante. La cultura Masai è una cultura antichissima, piena di tradizioni e significati. Ci sono degli aspetti culturali che mi affascinano tantissimo e che sento molto miei. Questo senso di comunità, questo essere insieme nella buona e nella cattiva sorte. “Siamo insieme” è un motto swahili. Questo senso di unione è portato a un livello superiore e per me è bellissimo. Veder crescere nostra figlia in questo contesto è bellissimo, credo che le darà una marcia in più.

Immagino che molti ti chiederanno se non hai paura di privare tua figlia di ciò che la società occidentale, italiana per esempio, potrebbe offrirle. Invece, se la vedi da questo punto di vista, le stai donando una grande ricchezza.

Io non amo molto fare paragoni, scegliere cosa è meglio e cosa è peggio. Non penso che l’Occidente sia l’unica via né che l’Africa sia la risposta a tutto. Io voglio che mia figlia cresca con l’unione delle nostre culture, in cui tra l’altro c’è anche quella colombiana. Spero che lei voglia costruirsi un’identità propria che unisca gli aspetti migliori delle nostre culture, perché ci sono aspetti belli in entrambe che unite diventano ancora più belli. Certo che abbiamo pensato di portarla in Italia, da genitore ogni giorno di metti in discussione. Noi per adesso abbiamo la sensazione che in questo momento questa è la scelta giusta. Se tra cinque anni capiremo che non è più la scelta giusta cambieremo, perché come genitori abbiamo il dovere di ascoltare i nostri figli. Casa mia e di Ntoyiai è la savana, la sentiamo troppo nostra per andare via, ma non è detto che debba esserlo anche per mia figlia. Lei sceglierà per se stessa.

C’è invece qualcosa che ancora fatichi ad accettare della cultura Masai?

Certo, ci sono degli aspetti culturali lontani da me perché non sono nata qui. Io ho il mio bagaglio di esperienze, di cultura, da cui non potrò mai separarmi. La mia visione sarà sempre quella di una persona che è nata e cresciuta in un altro posto. Però ho imparato a non giudicare. Ti fai un bel bagno di umiltà: chi sono io per giudicare le tradizioni di un’altra cultura? L’assenza di giudizio non vuol dire assenza di un’opinione personale, ma la tengo per me e non limito la libertà dell’altro.

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