Giuseppe Fava, la vera storia - Notizie.it
Giuseppe Fava, la vera storia
Storia

Giuseppe Fava, la vera storia

Giuseppe Fava
Giuseppe Fava

Giuseppe Fava è stato un giornalista, raccontava i fatti come erano, faceva nomi e cognomi. La sua curiosità lo assassinò col nome di mafia.

Giuseppe Fava è il giornalista assassinato a Catania. Era originario di Palazzolo Acrede, in provincia di Siracusa. Nato nel 1925, ha studiato al Liceo Classico Gargallo, poi si è laureato in giurisprudenza a Catania. Rinunciò all’avvocatura per il giornalismo, è stato prima cronista al giornale locale Sport Sud. Negli anni ha avuto tempo e passione per costruirsi una personalità professionale. Infatti dopo è stato capo cronista del Giornale dell’isola e del Corriere di Sicilia.

La storia di Giuseppe Fava

Dopo i suoi studi classici prima e legali poi, Giuseppe Fava è stato un coraggioso giornalista.

Dopo le sue prime tre esperienze professionali inizia la quarta a Espresso sera, quella nella quale resta per venti anni. Nel contempo tiene una collaborazione come corrispondente di Tuttosport di Torino.

I suoi anni sono stati dominati dalla passione per la scrittura. Una passione tale da portarlo a sperimentare ogni tipo di stile. Così è passato dall’inchiesta al romanzo e dal teatro alla pittura con una disinvoltura tale da affascinare.

Il suo modo di scrivere lo faceva sembrare così semplice, ma dietro c’era la sua immensa professionalità. La passione e l’esperienza lo avevano fatto diventare uno dei migliori, la sua impostazione poliedrica lo rendeva ammaliante.

Lavori e esperienze

Alcuni dei suoi romanzi sono Gente di Rispetto, da cui Luigi Zampa trasse il film omonimo. Poi Prima che vi uccidano, e Passione per Michele, che ispirò Palermo oder Wolfsbur, film Orso d’oro a Berlino nel 1980. Anno in cui iniziò come direttore del Giornale del Sud con un gruppo di redazione formato da giovanissimi, da lui chiamati “i carusi“. Fu li che iniziò il suo percorso verso la morte.

Da passionale giornalista scavava in quelli che erano gli affari loschi di una città come Catania. La cosa è già abbastanza pericolosa così, senza scendere nei particolari. Scavava in quelle cose al fine di denunciare ciò che si diceva con disinvoltura non esistesse. Non poche volte si è sentito dire “la mafia non esiste“, eppure lui è morto proprio per questo.

Ciò che lo rendeva libero, la scrittura, lo ha anche ucciso. La sua curiosità gli è stata nemica. Proprio per questa infatti lui era diventato scomodo nella città. Insomma scavare nei conti della speculazione edilizia già non fa di una persona la migliore alleata in certi casi. Ma poi ci sono pure le ripercussioni ambientali dell’imprenditoria. Iniziarono presto le intimidazioni, le interferenze della proprietà e poi il licenziamento.

I risvolti e I Siciliani

Il giornale rimase ancora attivo per pochi mesi, non si trovò più sul mercato. I suoi carusi però, per solidarietà, occuparono per 3 giorni il giornale dopo il suo licenziamento.

Nasce il suo nuovo progetto, avvia I Siciliani, il nuovo giornale di Peppe Fava, come lo chiamavano. L’esperienza la intraprende coi suoi fedeli carusi. Tra questi Riccardo Orioles, Antonio Roccuzzo, Michele Miki Gambino e Claudio Fava, il figlio di Pippo.

Il giornale vendeva, ma nessuno investiva con inserzioni pubblicitarie. Nel gennaio ’83 fu lo stesso Fava a descrivere il nuovo giornale.

Come? Nel primo editoriale scrisse “I Siciliani, giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte. Vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno”. Non manca di certo di carisma.

E’ arrivato il momento

Sapeva di rischiare e aveva anche comprato una pistola sentendosi nel mirino. Difendersi non era possibile e lo capì nel momento in cui gli arrivarono in dono ricotta e champagne. Erano simbolici della sua ormai decisa condanna a morte. Significava che la sua morte sarebbe stata festeggiata.

Arriva il 5 gennaio 1984, lui si incammina verso il teatro, va a prendere la nipotina che sogna il cinema. Qualche giorno prima era stato a Filmstory dove aveva risposto a un’intervista di Enzo Biagi senza misurare le parole.

Era abituato a dire i nomi e i cognomi, era abituato a dare un’informazione completa. E quel 5 gennaio fu ucciso da 5 colpi di pistola. Il giornale rimase aperto sotto la direzione del figlio per un altro anno, fino al 1985.

Dopo uno stop nel 1985 per il trasferimento di un procuratore aggiunto, il processo per il suo assassino riprese nel 1994. Nel 2003 la sentenza definitiva.

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