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Giusto la fine del mondo, Ronconi alla Corte

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Stasera alle 20,30 al Teatro della Corte la prima di “Giusto la fine del mondo” di Jean-Luc Lagarce, realizzato dal Piccolo di Milano, per la regia di Luca Ronconi.
Jean-Luc Lagarce disse di aver avuto l’idea di Giusto la fine del mondo prima di sapere di essere sieropositivo. Poi la sua storia personale si incrociò inevitabilmente con quella della finzione drammatica che chiama in causa due fratelli, Louis e Antoine, e una sorella, Suzanne, molto più giovane di loro. Antoine è sposato con Catherine e abita ancora nella stessa cittadina dove la madre vive nella casa di famiglia insieme con Suzanne. Louis se ne è andato da molto tempo e torna ora dai suoi per annunciare che sta per morire; ma la sera se ne andrà senza aver detto niente.

Louis è uno scrittore, Antoine non è un intellettuale. Il padre è morto e, a causa della partenza di Louis, l’autorità paterna è passata sulle spalle di Antoine. Come sovente accade nel testi di Lagarce quasi nulla accade nella commedia e tutto gira intorno allo scambio verbale con il suo carico di confessioni, rivelazioni, rimorsi, silenzi, di cose non dette a lungo trattenute o difficilmente dicibili, e di cose dette alla fine, alle volte con violenza.

Morto di Aids nel 1995 a 38 anni, Jean-Luc Lagarce è oggi l’autore teatrale contemporaneo più rappresentato nelle sale francesi; a lui sono dedicati ovunque convegni, pubblicazioni, tesi di laurea. I suoi testi sono tradotti in una dozzina di lingue e sono sempre più rappresentati non solo all’estero, ma anche in Italia: soprattutto dopo la pubblicazione di alcune sue opere nelle edizioni di Ubulibri e questa messa in scena di Luca Ronconi, applaudita come «una delle sue regie più lucide» (“Avvenire”), capace di portare sul palcoscenico «uno spettacolo rigoroso, scandito fino allo spasimo dai cinque interpreti» (“Corriere della Sera”), che «fanno conoscere un Lagarce dalla forza inedita» (“Le Monde”).

«Portata in palcoscenico, la commedia mantiene tutte le sue promesse, ma esige di non essere tradita.

Il linguaggio di Lagarce chiede di essere rispettato in tutte le sue difficoltà, asperità, ambiguità: ed è un linguaggio che può anche sconcertare. Durante le prove ho fornito agli attori un’indicazione: “Cercate di non recitarlo come se aveste tra le mani una commedia di Pirandello”. Il paragone con l’autore siciliano sorgeva spontaneo perché anche il suo è uno stile particolarmente arzigogolato. Mentre per Pirandello l’elaborazione linguistica è richiesta dall’assurdità dei concetti espressi – serve a convincere l’interlocutore di qualcosa di terribilmente astruso – qui, all’opposto, la complessità verbale svela la semplicità assoluta di sentimenti che appartengono a tutti. Sono emozioni molto profonde, talmente profonde che i personaggi non riescono a enunciarle». LUCA RONCONI


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