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Gli scontri si diffondono anche in Iran

Ricominciano le proteste dell’Onda Verde in Iran, dopo le enormi manifestazioni del 2009 contro l’elezione di Ahmadinejad, di cui denunciavano brogli.

Ieri 14 febbraio migliaia di oppositori del regime sono scesi in piazza a Teheran. Si contano già due morti e 250 arresti, oltre a numerosi feriti: gli scontri con le forze della polizia sono stati violenti e pesanti, e hanno interessato l’intera città: da piazza Imam Hossein a Piazza Enghelab, fino al viale Enghelab, vicino all’Università. I manifestanti gridavano slogan come “Morte al dittatore”, “Mubarak, Ben Alì, ora è il turno di Seyed Alì”. Le proteste hanno riguardato anche altre città iraniane, come Mashhad, Isfahan, Kermanshah e Shiraz.

Le linee dei telefoni cellulari e di Internet sono state rallentate, e il regime ha imposto un giro di vite sulla libertà di espressione: i giornalisti dei media stranieri ad esempio non possono coprire direttamente le manifestazioni non autorizzate; si devono così affidare ai racconti dei testimoni.

I capi dell’opposizione Mir Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi avevano chiesto al ministro dell’Interno il permesso per una manifestazione a sostegno delle proteste dei paesi arabi. Nonostante il rifiuto governativo, su Internet si sono moltiplicati i messaggi di adesione, sui muri della città sono apparse scritte che incoraggiavano a scendere in piazza. Mussavi era stato isolato ieri mattina nella sua dimora, ma gli oppositori del regime non si sono fatti intimidire.

Il “segnale d’avvio” è stato dato forse da un ragazzo che si è arrampicato su una gru in Via Beheshti, nel centro di Teheran, coperto da una banda verde in testa e sventolando una bandiera verde e le foto di due ragazzi uccisi nel 2009.

Il ragazzo minacciava di suicidarsi: è stato invece convinto a scendere e poi arrestato. Gli scontri in piazza sono iniziati poco dopo.
La scelta della gru forse non è casuale, perché rimanda al macabro strumento dell’impiccagione, già usato 69 volte dall’inizio dell’anno.

Oggi il presidente del Consiglio di resistenza nazionale iraniano (Cnri) in esilio, Maryam Rajavi, ha dichiarato: “Come in Egitto e Tunisia, la rivolta del popolo iraniano continuerà fino al rovesciamento della dittatura religiosa al potere in Iran”.

Una chiave per il successo di questa rivolta sarebbe attirare dalla propria parte le forze di sicurezza, come è avvenuto in Egitto. Ma in Iran sembra più difficile, dato che i repressori sono i pasdaran e i basij, che rappresentano un ceto basso ma soprattutto lo “zoccolo duro” del regime.

Il segretario di stato americano Hillary Clinton invita Teheran a sbloccare il sistema politico, dando il proprio sostegno ai rivoltosi, anche tramite Twitter, dove scriveva persino in Farsi.

Amnesty International condanna con determinazione la repressione violenta del dissenso; la vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, Hassiba Hadj-Sahraoui, ha dichiarato: “Le iraniane e gli iraniani hanno il diritto di riunirsi per esprimere in modo pacifico il loro sostegno alla popolazione dell’Egitto e della Tunisia. Le autorità non devono invocare la scusa del mantenimento dell’ordine pubblico per vietare e disperdere proteste di chi intende esercitare tale diritto”. Alcuni deputati, in particolare, hanno chiesto la condanna a morte per i due leader dell’opposizione, già arrestati.

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