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Gli stranieri? Magari venissero…

Il prossimo 30 giugno sarà trascorso un anno dalla presentazione di Kakà da parte del Real Madrid. E allora? Trecentosessantacinque giorni dopo quel giorno, il calcio italiano si riscopre più povero. Perchè addebitare il fallimento al Mondiale alla presenza di troppi stranieri nella nostra Serie A significa non voler guardare in faccia il problema e trincerarsi dietro scuse di comodo.

Forse la Liga spagnola non è invasa dagli stranieri? Eppure le Furie Rosse sono tra le favorite in Sudafrica e possono contare su una schiera di campioni, pure giovani. Quello degli stranieri è un falso problema: se i giovani sono bravi, se si chiamano De Rossi, Marchisio (non fuori ruolo) o Ranocchia, sanno farsi largo. Invece di lamentarsi del numero degli stranieri, bisognerebbe rimpiangere le vecchie e forse irripetibili età dell’oro, quelle che vedevano sbarcare nel nostro campionato Matthaus e Van Basten, Nedved e Zidane fino a Ronaldo.

Oggi invece i grandi stranieri fuggono dal campionato italiano o non ci vengono proprio, come Dzeko che preferisce la montagna di soldi del Manchester City.

E la scusa, made in Galliani, della diversa fiscalità rispetto alla Spagna non funziona: il problema è che il nostro calcio sta regredendo e non stimola più nessuno perchè con l’abbassamento del livello tecnico gli stranieri capiscono che in Italia non possono migliorare. Le Nazionali sono lo specchio dei campionati interni, basati storicamente sulla concorrenza e su un alto livello qualitativo, elementi assenti da anni in Italia: nel ’66 si rispose al flop patito contro la Corea chiudendo le frontiere, oggi sono aperte ma non le varca più nessuno.

Così, in un paese che non riesce neppure ad esportarli i propri pochi giocatori di riferimento, prigionieri di ingaggi spropositati o di squadre-simbolo, la Serie A è destinata a continuare a vivere nella sua torre d’avorio e nel suo isolamento.

Con all’orizzonte nuove Slovacchia.


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