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Google Italia indagata per evasione fiscale
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Google Italia indagata per evasione fiscale

Recentemente finita nell’occhio del ciclone nel Regno Unito, insieme a Starbucks e Amazon, per il sospetto di sviare con metodi illeciti il pagamento di milioni di sterline di tasse, Google è ora sottoposta a una verifica “extraprogramma” anche da parte della Guardia di Finanza italiana. Il sospetto è che la compagnia informatica americana abbia evitato il versamento di milioni di euro di contributi registrando i propri profitti italiani nella contabilità della casa madre europea con sede in Irlanda, paese in cui le multinazionali godono di un regime fiscale molto favorevole. Le cifre si aggirerebbero intorno ai 240 milioni di introiti non dichiarati. A questi si aggiungerebbero mancati versamenti di IVA pari a 96 milioni di euro.

Mountain View, come già fatto quando convocata ad apparire dinnanzi a una commissione parlamentare britannica per rispondere ad accuse analoghe, declina ogni illecito e professa di “rispettare le leggi fiscali di ogni paese in cui opera”. Una dichiarazione d’innocenza che sarà molto difficile sconfessare.

Google, infatti, come molte altre multinazionali high-tech, o di e-commerce, ha già da tempo messo a punto un complesso sistema di ingegneria finanziaria che le consente di sgravarsi dei carichi fiscali più onerosi, restando pur sempre entro i limiti della legalità. Il più classico degli espedienti è quello di girare tutti i ricavi alle sedi che si trovano in paesi dalle tasse molto basse, come, ad esempio, l’Irlanda, o addirittura a società off-shore in paradisi fiscali come le Cayman, o le Isole Vergini Britanniche.

Un altro caso simile è quello di Amazon, colosso dell’e-commerce, pressoché incontrastato specie nell’ambito dell’editoria digitale. Uno dei punti di forza della compagnia, che le consente di proporre prezzi molto competitivi, è il fatto che sia registrata in Lussemburgo, paese in cui si paga la più bassa percentuale europea di IVA per la vendita di prodotti digitali (solo il 3%, contro, ad esempio, il 20% nel Regno Unito). Dopo le proteste sollevate dagli editori britannici per concorrenza sleale, gli UK hanno preso a cuore la questione e stanno pianificando, di comune accordo con la Germania, un piano per trovare adeguate contromisure ai sofisticati metodi di evasione fiscale cui fanno ricorso ormai molte multinazionali.

Un programma che molto probabilmente sarà di interesse anche per l’Italia.

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