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Delitto di via Poma: la vera storia e il colpevole

Il delitto di via Poma è uno dei più misteriosi casi di omicidio irrisolti della storia italiana.

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Il delitto di via Carlo Poma è uno dei casi irrisolti in Italia che, a distanza di circa trent’anni, ancora sembra lontano dal trovare una conclusione che possa rendere giustizia alla famiglia Cesaroni.

Delitto di via Poma: chi era la vittima?

Il delitto accadde il 7 agosto 1990 e la vittima fu Simonetta Cesaroni, una ragazza di 21 anni che lavorava presso uno studio commerciale di Roma che vantava, tra i suoi clienti, anche A.I.A.G. Simonetta, di carattere molto riservato e rispettoso, aveva diversi compiti presso lo studio commerciale per il quale prestava servizio: doveva contattare i clienti, recarsi presso le varie sedi degli stessi a consegnare documenti e diverse altre mansioni che contraddistinguevano la sua professione.

Il giorno del 7 agosto 1990, qualche giorno prima delle sue ferie estive, Simonetta dovete recarsi presso la sede dell’A.I.A.G.

in Via Poma, dalla quale non uscirà viva. Saranno i famigliari, che alle 21.30 non vedendola rincasare iniziano a preoccuparsi, ad andare alla ricerca della figlia, che verrà ritrovata priva di vita nell’ufficio parallelo nel quale lei doveva prestare servizio.

Delitto di via Poma: la storia

Secondo gli inquirenti Simonetta Cesaroni, oltre ricevere diverse telefonate anonime minatorie e completamente mute qualche giorno prima dell’omicidio, inizialmente non avrebbe opposto alcuna resistenza al suo aggressore. Questo dato, confermato dal fatto che non furono trovati segni di scasso nella porta dell’ufficio, fa presagire che la ragazza conoscesse colui che diverrà il suo assassino il quale una volta mostrate le sue intenzioni, pare abbia fatto in modo che Simonetta tentasse di reagire e fuggire.

La ragazza ricevette 29 coltellate, di cui circa sei sul volto, dopo essere stata tramortita con un colpo alla testa: l’arma del delitto, che non venne mai ritrovata, si presume fosse un taglia carte affilato, utilizzato come sorta di pugnale.

Scomparvero anche le chiavi dell’ufficio dove la ragazza lavorava, la sua biancheria intima e diversi oggetti personali della vittima, come se l’assassino volesse far credere che si fosse trattata di una rapina terminata nel peggiore dei modi.

I sospettati dell’omicidio

Pietrino Vanacore fu il primo a essere indagato per l’omicidio di Simonetta Cesaroni: secondo i suoi colleghi, l’uomo continuava a provarci con la ragazza che lo avrebbe respinto diverse volte. Approfittando del periodo estivo e dell’orario nella quale Simonetta si recò presso lo stabilimento di Via Poma, Vanacore avrebbe seguito la ragazza per poi provare a stuprarla: gli inquirenti ipotizzarono che il portiere, in preda alla frustrazione per non essere riuscito ad eccitarsi sessualmente, abbia sfogato la sua rabbia nei confronti della vittima, uccidendola, per poi aver tentato di ripulire l’ufficio venendo interrotto da qualcosa/qualcuno, che lo avrebbe costretto ad abbandonare la scena del crimine.

Questa teoria decadde visto che non furono trovate prove tangibili per accusare il portiere dello stabilimento romano.

Il secondo sospettato fu Raniero Busco, che all’epoca aveva una relazione molto difficile con Simonetta: il movente sarebbe stata la grande gelosia che il ragazzo avrebbe palesato frequentemente con scenate e minacce nei confronti della ragazza. Raniero venne accusato nel 2005 e grazie ai vari test del DNA, ripetuti diverse volte, le tracce di saliva trovati sugli indumenti della vittima corrispondono proprio al suo corredo genetico ma, nel 2012, il maggior indiziato venne scagionato in quanto le prove non vennero reputate sufficienti per incriminarlo.

Ancora oggi rimane il dubbio su chi possa essere stato il reale assassino e per quale motivo, quel 7 agosto 1990, decise di togliere la vita a Simonetta Cesaroni, colpevole solamente di essersi recata sul posto di lavoro abituale.


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