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I talebani dopo il ritiro degli americani: “Vittoria degli afghani, con gli Usa buone relazioni”

I talebani dopo il ritiro degli americani: “Vittoria degli afghani, con gli Usa vogliamo buone relazioni e accoglieremo con favore rapporti con tutti"

Zabihullah Mujahid, capo dei portavoce taliban

Dopo il ritiro degli americani i talebani tracciano la rotta, lo fanno concedendosi la magniloquenza dei vincitori: “È stata una vittoria degli afghani e con gli Usa vogliamo buone relazioni”. Chi lo ha detto? Il portavoce “più portavoce di tutti” dei talebani, quel Zabihullah Mujahid che il microfono lo impugna solo nelle occasioni più importanti e nei momenti più topici.

Mujahid ha tenuto una lunga e dettagliata conferenza stampa dopo una sfilata di simbolico ingresso delle squadracce talebane nell’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul, lasciato sguarnito da 24 ore con la partenza degli ultimi voli degli aerei con lo stemma dell’USAF in fusoliera. 

Vittoria e buone relazioni con gli Usa; la “ricetta” di  Zabihullah Mujahid dopo la sfilata in aeroporto

E Mujahid, che dei portavoce non a caso è il capo perché sa essere il più sottile, non ha perso l’occasione.

Ed ha fatto le “congratulazioni all’Afghanistan”, cioè al popolo che i talebani in pubblicistica interna avrebbero rimesso in rotta con il suo destino: “Questa vittoria appartiene a tutti noi. Vogliamo avere buoni rapporti con gli Stati Uniti e il mondo. Accogliamo con favore buone relazioni diplomatiche con tutti”. Riassumiamo: i talebani si danno la patente di liberatori, aspirano a quella di governanti morbidi e sulla scorta di questo approccio “deamicisiano” si offrono per relazioni diplomatiche stabili, anche con l’Occidente e magari con la Cina che in quel “chiunque” ci rientra a pieno titolo. 

Buone relazioni con gli Usa dopo la vittoria: i talebani fra trionfo e diplomazia

E gli Usa? Con loro i talebani vogliono avere più che con tutti relazioni, visto che quelli a trazione Biden li hanno rimessi sul binario delle golose opportunità storiche. Tuttavia ci sono frange guerriere e militanti da accontentare e perciò Mujahid li chiama in causa prima come interlocutori, poi come “sconfitti”: “La sconfitta degli Stati Uniti è stata una grande lezione per gli altri invasori e per la nostra generazione futura”.

Poi l’avvertimento da squalo gaudente sulla falsariga dell’Afghanistan “tomba degli imperi”: “E anche una lezione per il mondo”. Tradotto? “Attenti a venire da queste parti, ora si comanda noi”.

“Siate amorevoli con gli afghani”, la vittoria e la necessità di buone relazioni con gli Usa “addolciscono” il linguaggio dei talebani

La vernice di buonismo andava passata a doppia mano e il portavoce ha chiosato al miele stavolta parlando ai suoi, parlandoci in pubblico in modo da emendarsi da qualunque atto violento che a quel punto diventerebbe una “stortura fisiologica” e non una linea di governo: “Siete gentili con il popolo afghano. Vorrei anche chiedervi di stare attenti a come trattate il vostro popolo. Questa nazione ha sofferto molto. Il popolo afghano merita di essere trattato con amore. Quindi, siate gentili con loro. Noi siamo i loro servitori. Non ci siamo imposti loro”. 

La formula di Mujahid: vittoria e buone relazioni con gli Usa. Ma chi è Mujahid?

Insomma, a fare la tara ai bizantinismi, Mujahid “ci sa fare”. E questo chiunque sia Mujahid, dato che non sono pochi gli analisti internazionali che non credono affatto che quello sia il suo nome. Perché? Perché i talebani sono stati per decenni in tacca di mira dei fucili dell’occidente e del nemico acerrimo dell’Isis, tuttavia coltivano rapporti internazionali e circostanze mediatiche come se fossero capi scout: logico che quindi, in quanto a nomi, giochino un po’ a confondere

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