Il calcio piange Ivic: ma l'Italia ed Avellino non lo capirono | Notizie.it
Il calcio piange Ivic: ma l’Italia ed Avellino non lo capirono
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Il calcio piange Ivic: ma l’Italia ed Avellino non lo capirono

Lo stadio Partenio appena intitolato ad Adriano Lombardi non cambierà certo subito nome, né sarebbe giusto: ma chissà che un angolino dello storico impianto, la sala stampa, una curva o gli spogliatoi non possano essere dedicati al più illustre tra gli allenatori mai passati dall’Irpinia, uno dei tanti che hanno messo la loro griffe sui dieci anni più belli del calcio cittadino. Tomislav Ivic è morto venerdì nella sua Spalato, all’età di 77 anni, al termine di una lunga agonia: diabetico e cardiopatico da anni, era ridotto su una sedia a rotelle.

Era l’estate 1985 quando il neo-presidente biancoverde Elio Graziano stupì tutti con un colpo ad effetto: d’altronde il successore di Sibilia aveva capito in fretta che per salvarsi ogni anno bisognava cambiare allenatore per rinnovare gli stimoli. Così dopo un certo Antonio Valentin Angelillo lo straniero passò ancora una volta sulla panca dei lupi: dalla Dinamo Zagabria ecco arrivare Ivic, uno che alle spalle aveva già sei titoli nazionali (in tutto saranno sette in sei paesi diversi), l’ultimo quattro anni prima all’Anderlecht ma soprattutto la nomea – meritata – di essere uno dei pionieri del calcio moderno, tutto zona e fuorigioco.

Riuscirà un tale santone a sintonizzarsi sulle frequenze del calcio italiano e tanto più di provincia?

Risposta affermativa, sebbene non gli sia stato dato il tempo per dimostrarlo appieno: il 24 febbraio ’86, infatti, all’indomani del pareggio interno contro il Pisa, Ivic fu ingiustamente esonerato lasciando una squadra che non era mai stata tra le ultime tre della classifica, epilogo naturale di un amore mai sbocciato con la città, con l’Italia e con il calcio italiano. La pratica salvezza fu affidata ad Enzo Robotti, che del tecnico croato era stato assistente e prestanome (all’epoca gli allenatori stranieri non potevano praticare in Italia se non sotto l’etichetta di direttori tecnici: preistoria). Il quale centrò l’obiettivo senza fatica (tre vittorie interne consecutive), cosa che forse avrebbe saputo fare anche Ivic, che pagò caro le due precedenti, pesanti sconfitte contro Udinese e soprattutto Roma, un 4-1 rimasto nella storia per la cinquina di Pruzzo, ma soprattutto la scarsa dimestichezza col pallone nostrano. Non gli bastò la settimana magica di metà gennaio quando al Partenio cadde prima l’Inter e poi tremò il Milan, che si salvò grazie solo nel finale dopo il solito gol di Ramon Diaz. E proprio l’esplosione del bomber argentino, autore di dieci reti, può essere considerato il fiore all’occhiello della gestione Ivic, chiamato ad allenare un organico poco rinnovato rispetto alla stagione precedente.

Lui tolse il disturbo senza protestare ma il conto al calcio italiano senza pazienza lo presentò poco dopo: quindici mesi più tardi eccolo festeggiare l’accoppiata scudetto-coppa al Panathinaikos prima del capolavoro datato 1987. Il portoghese Artur Jorge aveva appena regalato al Porto la Coppa dei Campioni (quella del “tacco di Allah” alias Rabah Madjer e dell’ex avellinese Juary) ma poi si era fatto ingolosire dal progetto, e dai soldi, francesi (vi ricorda qualcosa?) chiamato Racing Club, squadra più nota come Matra Racing di Parigi, che oggi gioca in C2 ma che all’epoca visse un brevissimo periodo di gloria. Così al Dragao arrivò proprio Ivic, che si dimostrò capace di far subito dimenticare il baffo portoghese conquistando un formidabile quadriplete: titolo nazionale-coppa-Supercoppa europea ed Intercontinentale. Può bastare? No, perché nel ’91 arriva pure la Coppa del Rey con l’Atletico Madrid. Allenò fino al 2004, in Arabia Saudita, dopo essersi dedicato anche alle nazionali: Jugoslavia, Iran ed Emirati Arabi. L’intero calcio mondiale lo ricorda come uno tra i più grandi. L’Italia non lo ha saputo capire: ma Avellino forse sì.

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