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L’opinione di Giampiero Casoni

Il Covid può uccidere, il mare non dà scampo ma fa meno notizia

"I morti non sono tutti uguali. Oggi chi muore di Covid muore di più, chi muore sperso nelle onde magari manco è morto".

Morti Covid mare

C’è la morte e poi ci sono i morti, e i morti non sono tutti uguali. Perché loro più degli altri, i morti, seguono i flussi di ciò che calamita di più l’attenzione dei vivi. Perciò quando muoiono, se hanno avuto il buon gusto di morire per una faccenda al momento mainstream, vanno nel casellario dei morti giusti a godersi le lacrime dei vivi che vivono secondo giustizia e rettitudine.

Quella stessa giustizia e rettitudine che porta i vivi a considerare cosa ha determinato il fatto prima del fatto in sé.

“I morti non sono tutti uguali”

E oggi chi muore di Covid muore di più, chi muore sperso nelle onde magari manco è morto. Oddio, questa faccenda dei morti che di morire un po’ se lo meritavano esisteva già prima della pandemia, ma l’arrivo del virus ha portato a massa critica l’eugenetica della dipartita, fino a farla diventare aberrante da bruttissima che era.

E non è colpa del Covid o di chi, poveretto, di Covid muore o di chi, povero fra i poveri, per il Covid ha perso affetti. Non è colpa di una cosa che non dovrebbe avere caselle o categorie come la vecchia puttana con la falce. No, la colpa è di noi tutti, noi sistema complesso che usiamo una paura ancestrale per concimare l’egoismo della nostra parte di mondo.

Qual è quella paura? Spiegata potabile è roba di poche righe: di Covid potremmo morire anche noi, quindi ogni volta che il bollettino snocciola quei numeri noi assaporiamo l’idea di non essere in quell’elenco come il retrogusto goloso della polvere di un torneo, di una riffa da cui siamo usciti vincitori o quanto meno indenni.

Ma di annegamento perché siamo in cerca di pace, pane e futuro in un mare che ci riempie i polmoni con il salmastro della fine noi non moriremo mai, e perciò possiamo fottercene. Tutto qua, niente sociologia da pippe, solo egoismo di specie.

Eccolo il segreto sghembo, quello per cui la morte orribile di 130 persone nel canale di Sicilia ha lasciato indifferente tutta l’Europa e paciosamente acquiescenti tre quarti dei media.

Il Covid ha nutrito il nostro massimalismo esistenziale fino a farlo diventare setaccio fra ciò di cui ci importa e ciò che può passare in secondo piano, fare sfondo a questioni che “in questo particolare momento storico…”.

Già, loro, i “particolari momenti storici”, quelli in cui i problemi diventano “problematiche”, quelli degli eroismi rivangati per esorcizzare la paura e degli eroi seppelliti appena la paura finisce. Loro, queste vergognose sacche temporali in cui è lecito andare in deroga dall’umanità perché in pericolo ci sono gli uomini che la declinano sbriciolando tartine ed incazzandosi perché dopo le 22 le tartine scompaiono.

L’umanità che sproloquiamo di aver recuperato sotto la spinta del virus che incalza e che abbiamo definitivamente sfrattato perché il virus è movente per non vedere quelle altre morti, per non scriverci su due righi che non siano di circostanza in attesa del prossimo vaticinio virologico fra galli baruffanti. L’umanità sottratta a 130 uomini dal mare infido – cen-to-tren-ta-, senza che neanche la risacca di quelle urla arrivasse alle nostre orecchie a dirci cosa potremmo diventare, e magari a salvarci da cosa stiamo già diventando.

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