Il segreto è investire? La riforma Gentiloni vista da chi non domina
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Il segreto è investire? La riforma Gentiloni vista da chi non domina

La scintillante essenza del dibattito risiede comoda nella simpatica schiettezza di Fedele Confalonieri: “Bisogna investire, i soggetti ci sono, che tirino fuori i soldi“. Prova a zittirli così, il presidente di Mediaset, invitato a discutere della riforma del sistema radio-televisivo tentata dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, che gli sedeva quasi a fianco. Chi dovrebbe scontare il silenzio sono gli altri commensali alla tavola rotonda del 4 settembre scorso, palcoscenico la Festa Dell’Unità di Pesaro, ma né Piero De Chiara, responsabile regolamentazione multimedia del Gruppo Telecom Italia e presidente DGTVi, né Marco Rossignoli, presidente della Confederazione Europea delle Radio e delle Televisioni Indipendenti Locali, hanno mantenuto il profilo basso, liquidando l’inganno con una battuta. De Chiara ride amaro: “Ma Confalonieri conosce la differenza tra investire e buttare i soldi?“. Prova a fargli eco, con meno veemenza, Rossignoli, che rappresenterà pure le bistrattate tv locali, ma sa bene che “serve concorrenza e un mercato che possa consentire di investire“.

Il Ministro Gentiloni è rimasto più defilato del solito, con un progetto di legge marchiato con la sua firma che galleggia in Parlamento, tempestato da una mole di scocciate polemiche. Pure ieri, dal palco della festa dell’UDC a Chianciano Terme, ha provato di nuovo a tendere le braccia all’opposizione, perchè “sarebbe auspicabile che tra i poli ci fosse meno contrapposizione e più dialogo“. Ma sulla sua strada ha trovato mastini. Quello più convinto lo saluta all’arrivo a Pesaro: Confalonieri non ha dubbi quando ripete convinto che “per combattere Berlusconi, si combatte la sua azienda“, in una sorta di “conflitto di interessi alla rovescia“. All’improvvisa decurtazione di fatturato, Mediaset s’è prontamente ribellata, rigettando tutte le accuse che la vogliono in una scottante posizione dominante in un mercato ostico all’ingresso di nuovi soggetti. I soggetti che invece tentano da tempo di incunearsi in una rete che lascerebbe poco spazio di muoversi applaudono il ministro, ma al contempo si augurano che stavolta si vada fino in fondo.

Anche perchè, come ribadisce Gentiloni in apertura di conferenza, di questa legge ce ne sarebbe davvero bisogno:

Tra gli impegni più chiari presi dal centrosinistra in campagna elettorale, c’era la modifica radicale della legge Gasparri, uno dei provvedimenti più controversi. Il disegno di riforma radio-tv e della Rai cerca di fare i conti con la necessità di introdurre nel sistema televisivo maggior concorrenza e pluralismo, relativamente sia alle risorse economiche (spot), sia alle posizioni dominanti, che riducono competizione e concorrenza. Inoltre si deve migliorare la qualità dell’offerta televisiva, priorità del servizio pubblico. Tra i due obiettivi, c’è un collegamento: la storia tv ci dice che ad un incremento dell’offerta è corrisposta sempre un’apertura alla qualità.

Rossignoli, benchè decida di ammorbare la platea con un’intricatissima distesa di dati snocciolati con noiosa costanza, non dissente affatto: “Il disegno Gentiloni libera risorse per altri investitori e tenta di introdurre correttivi al mercato pubblicitario anche relativamente all’emittenza locale, come richiesto“. E anche De Chiara ha motivi per sorridere, potendo confidare su un “disegno moderato che ha acceso le nostre speranze“. Ma il nocciolo della questione rimane l’intaccabile duopolio Rai-Mediaset, pietra irremovibile che stagna qualsiasi possibilità di intervento. “E’ una situazione di dominanza sul mercato ben accertata – ragiona Rossignoli – Rai e Mediaset hanno il controllo pressoché totale di spot ed indici d’ascolto, tanto da limitare la crescita degli altri soggetti“, ricordando inoltre come le televisioni locali rivestano un’importanza fondamentale nel fornire al cittadino l’informazione locale. Confalonieri si trova stritolato in una morsa che però non lo terrorizza, se con inusuale tranquillità ribatte come già “la bistrattata legge Gasparri permetta ad operatori della carta stampata di entrare nel mercato (es.

il Gruppo L’Espresso, ndb)” e soprattutto, dati alla mano, compila accuratamente la suddivisione della golosissima torta: “Mediaset ha il 22% delle frequenze analogiche, la Rai il 29%, Telecom ne possiede il 5%, mentre il restante 41% è in mano alle televisioni locali, dalle quali la stessa Mediaset s’è trovata ad acquistare“. Come dire: se volete prendervela con qualcuno, bussate ad altre porte. Ma a De Chiara non va giù l’affronto di Confalonieri: al grido di svuotare il portafogli, si oppone il divieto di scialacquare. L’accuratezza, d’altronde, non gli manca. “Telecom in cinque anni ha speso più di 800 milioni di euro, ricavando soltanto 350 milioni dalla pubblicità: ogni punto di share ci costa 30 milioni di euro“. “E allora spendete di più” insiste, dipingendosi un ghigno sornione, Confalonieri, ma non si tratta soltanto di non badare a spese. Se è vero che chi se lo può permettere, non fa tanto caso alle perdite, chi invece potrebbe spendere non vorrebbe soltanto perdere. Per De Chiara è impossibile poter dire la propria in un sistema così corrotto da forze maggioritarie che inghiottono gli avversari:”Noi siamo la foglia di fico del sistema.

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