Il telefilm funziona solo se contagia proprio tutti (Heroes docet)
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Il telefilm funziona solo se contagia proprio tutti (Heroes docet)

Da qualche mese a questa parte c’è il brutto vizio, come in tutti i periodi di magra della tv, di decantare i superpoteri catodici del telefilm. Per tutta la scorsa stagione, funestata da divertenti flop che ancora rimpiangiamo dinanzi a cotanto piattume, è stato un trionfo di titoloni telefilmitici. Dilaga la serialmania. I telefilm risollevano le sorti della tv. Fino, dulcis in fundo, al sentenzioso dilemma del buon Aldo Grasso: perché i telefilm sono diventati più importanti del cinema e dei libri. Pareva che bastasse un dottore cinico e più anticonvenziale della norma per gridare alla vittoria televisiva della qualità (senza fare distinzioni di genere o di prodotto, perché il telefilm è aprioristicamente tutto bello mentre il reality fa rigorosamente tutto schifo). E, invece, il responso commerciale ha avuto la meglio: il telefilm non funziona se non riesce a contagiare tutti.
A neutralizzare la pompata fama seriale, per una strana ironia della sorte, sono stati gli Heroes più invadenti della storia del fantasy, che solo con quegli sguardi da superuomini farebbero scappare qualsiasi comune mortale (ma dal piccolo schermo).
Sarà che lo sci-fi a sfondo supernatural, come lo si chiama adesso con quel pizzico di telefilia, ha sempre avuto la sua cerchia di nicchia, fatta di adepti scelti e distinti dal mercato di massa, ma è accaduto che il serial-evento del periodo autunnale è partito con gli ascolti di Grandi Domani (telefilm fatto in casa da Maurizio Costanzo, che alla domenica faceva 2.500.000 destando scandalo).

Nel caso di Heroes, nessuno osa parlare di flop, ma i risultati mediocri per un prodotto così di punta rendono facile l’equazione investimento=insuccesso.
Se da una parte c’è l’alibi della programmazione anticipata (da cui evincere il binomio dello studente-telespettatore ancora ricettivo fino a luglio e indolente-poco reattivo al rientro a settembre) e dall’altra quella di un target selezionato (vedi alla voce Battlestar Galactica), la lezione che stiamo imparando da Heroes investe tutto il genere seriale, costretto a un bagno di umiltà.
Dopo i fasti di Dr.House e il buon successo di Ugly Betty, gli inserzionisti pubblicitari si sono invaghiti dell’attrattiva di fare ascolti con il gioiello di importazione (illusione alimentata dalla stessa Tempesta D’Amore e poi puntualmente smentita dalle dimesse soap a venire).
Ma anche qui, a prescindere dalla qualità del prodotto, occorre fare strategia di ricezione oltre che di comunicazione, cercando di capire se una serie può funzionare o no.

Spesso ci si limita a chiedersi, per scrollarsi di dosso ogni scrupolo, se un telefilm è troppo americano per poter funzionare anche da noi.
Quello che ci si domanda sempre meno, invece, è se un telefilm può piacere a tutti, allo stesso modo di un programma di intrattenimento.
La televisione dei grandi numeri, infatti, è quella che riesce ad attecchire su un ampio bacino di pubblico, a partire dai giovani e dalle famiglie.
Che la serialità dovesse giovarsi di un trattamento di favore, o costituisse un’eccezione rispetto alle leggi del marketing, era solo un’utopia collettiva, appena smentita dalle disattese mediatiche della tv-fumetto (quando si dice la classica bolla di sapone).
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