Impronte digitali: non sarebbero uniche. Dopo un secolo crolla il mito
Impronte digitali: non sarebbero uniche. Dopo un secolo crolla il mito
Cultura

Impronte digitali: non sarebbero uniche. Dopo un secolo crolla il mito

impronte digitali
una indagine della Aaas, rivelale che le impronte digitali non sono attribuibili al 100% a un singolo individuo. Crolla un mito centenario.

 

Per circa un secolo, le indagini su luoghi de reato e armi del delitto, il miglior metodo possibile usato per inchiodare il colpevole, o scagionare l’innocente da false accuse, è stato il rilevamento delle impronte digitali.

Metodologia ritenuta sicura al 100% dagli inquirenti del secolo passato e da quello odierni. Tutto ciò è rimasto fortemente valido fino ad oggi. Almeno per le autorità giudiziarie.

Crolla il mito delle impronte digitali

Scoperte per la prima volta a metà ‘800 da H. Faulds, un medico scozzese, e proposte alla Polizia di Scotland Yard (che bocciò il metodo), vennero utilizzate dalle autorità giudiziarie e forense argentine alla fine del XIX secolo. Da allora sono state il metodo per eccellenza per poter identificare i colpevoli di reato.

Ma sembra che le cose debbano essere destinate a cambiare: nulla è sicuro al 100%, neanche l’unicità delle impronte digitali, e quindi neanche l’universale validità di questo metodo di riconoscimento e accertamento dei sospettati e dei colpevoli.

La notizia giunge come un duro colpo allo stomaco per le autorità giudiziarie, che su questo metodo hanno basato una secolo di indagini e ottenuto prodigiosi risultati investigativi.

Secondo le fonti autoritative dell’Agenzia americana per l’avanzamento delle scienze (Aaas: American Association for the Advancement of Science), agenzia senza scopo di lucro, è impossibile ottenere un metodo che univocamente attribuisca un corredo di impronte a un unico individuo: non ci sarà dunque nessuna corrispondenza totale tra le impronte rilevate dal sospettato e quelle già possedute negli archivi.

Il rapporto della American Association for the Advancement of Science

Infatti, pur essendo ogni impronta digitale corredata da un preciso disegno di creste e linee, tali da poter essere definite uniche, a non essere altrettanto univoche sono le metodologie d’indagine usate dalle autorità forensi; questo secondo il documento rilasciato dalla Aaas. Potrebbero infatti esistere più individui che condividono parte delle caratteristiche di una stessa impronta. Secondo il professore Joseph Kadane, docente di statistica presso la Carnegie – Mellon University, quello del rilevamento delle impronte digitali sarebbe il metodo più usato al mondo.

Sfortunatamente, afferma il professore, collaboratore alla stesura del rapporto presso la Aaas, non esisterebbero al momento strumenti né metodi avanzati capaci di darci un responso del 100% sull’attribuzione di una data impronta a un dato individuo.

Tuttavia il professore Kadane si dimostra fiducioso nell’avanzamento tecnico e nella capacità di migliorarsi dei sistemi di confronto automatici – capaci di calcolare, se ben programmati, l’eliminazione quanto più accurata possibile degli errori (ma mai totale), in maniera tale da restituire una immagine quanto più precisa del reale.

Il problema scientifico delle misurazioni

Ci troviamo di fronte al classico problema scientifico della misurazione e dell’analisi dei dati ottenuti durante l’indagine: nelle misurazioni si registrerà sempre un margine di errore. L’errore verrà sempre più accuratamente registrato e misura con l’aumentare della precisione degli strumenti e dei metodi di analisi e rilevamento. Il margine potrebbe diminuire, ma non verrebbe mai del tutto escluso dal rilevamento e dalla riproduzione dei dati: qualcosa nel passaggio dal reale alla riproduzione subirà sempre un fattore di disturbo. Scientificamente non si tratta di un risultato sicuro: basterebbe una sola prova negativa per poter inficiare l’ipotesi stessa di errore e costringere gli esperti a rivedere i risultati dell’indagine stessa.

Le impronte digitali nella legislazione italiana

Nella attuale legislazione italiana perché il confronto tra due impronte digitali sia ritenuto valido, devono coincidere almeno 16 caratteristiche presenti nell’impronta stessa.

Cosa di per sé già difficile se si tiene conto il fatto che spesso le impronte a disposizione delle forze dell’ordine sono di natura parziale.

Una simile scoperta che effetti potrebbe avere sulla nostra legislazione? E sui metodi d’indagine?

© Riproduzione riservata

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