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In manette dopo 20 anni per il delitto dell’Olgiata

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Il 10 Luglio 1991 la contessa Alberica Filo della Torre veniva strangolata nella sua camera da letto durante i preparativi di una grande festa per i 10 anni di matrimonio con il costruttore Pietro Mattei, nella garnde villa dell’Olgiata, a Roma.

L’avvocato Giuseppe Marazzita, legale del marito della vittima, nel 2006 chiese e ottenne la riapertura di un’indagine ormai archiviata e destinata ad arenarsi come tanti altri misteri romani rimasti senza colpevole.

Gli investigatori dell’epoca dei fatti avevano scandagliato tutte le piste possibili, conti in Svizzera, i servizi segreti, legami con altri casi delittuosi irrisolti e uno sciame di pettegolezzi e insinuazioni sulla vita famigliare della coppia.

La contessa, la mattina del 10 luglio, scese in cucina per riparare un tostapane difettoso, rientrò in camera a vestirsi e non ne uscì più.

Il piccolo Manfredi, uno dei due figli andò a chiamare la mamma ma non ottenne risposta e in quel momento, quasi sicuramente, l’omicida era ancora nella stanza. Uno dei primi ad arrivare sul posto fu un amico di famiglia,Michele Finocchi, allertato da Mattei anche se in poche ore la camera da letto della nobildonna fu un via vai di persone che contribuirono a inquinare prove determinanti per la risoluzione del caso.

Nel mirino del pm Cesare Martellino finirono prima Roberto Iacono, il vicino di casa che saltuariamente frequentava la villa e, in un secondo momento, l’ex domestico Manuel Winston; sui suo jeans fu rilevata una macchia di sangue analizzata col test del Dna disponibile 20 anni fa e che confermò soltanto che il sangue non era di Alberica ma dello stesso cameriere che, durante un interrogatorio, si era scorticato nervosamente un dito.

Con la riapertura dell’inchiesta gli esperti del Ris hanno passato al setaccio lo zoccolo di legno con cui la vittima fu tramortita dal suo assassino, la vestaglia e la biancheria intima che indossava, il copriletto, la coperta, il lenzuolo con cui l’omicida le avvolse il viso e il famoso Rolex d’oro che la donna portava ancora al polso da morta (un dettaglio per confermare che non si era trattato di una rapina).

La pazienza è stata alla fine premiata perché dai laboratori è uscita una prova biologica che ha inchioda Winston: una traccia, forse di sangue, sul copriletto. Il domestico era stato licenziato dalla contessa qualche tempo prima dell’omicidio, dopo una burrascosa discussione su un prestito ottenuto dalla nobildonna e mai restituito che, di conseguenza, potrebbe essere un movente più che plausibile.

Prelevato nell’abitazione ai Parioli dove lavora attualmente, è ora in attesa nella sede del Nucleo Investigativo di via dei Selci dove il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il pm Maria Francesca Loy confermeranno lo stato di fermo per l’uomo.

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