In morte di Sergio Marchionne: quando il male non guarda al successo
In morte di Sergio Marchionne: quando il male non guarda al successo
L’opinione di Olga Luce

In morte di Sergio Marchionne: quando il male non guarda al successo

La malattia e la morte di Sergio Marchionne: uno sguardo critico sul rapporto tra malattia, fama e opinione pubblica.

La malattia di Sergio Marchionne ha occupato le pagine dei giornali per un tempo brevissimo mentre la sua morte avrà certamente una grande eco sia in Italia sia all’estero ma soprattutto avrà ripercussioni certe nell’ambito dell’alta finanza.

Il grande pubblico ha scoperto quindi molto di recente chi fosse davvero l’uomo Sergio Marchionne, un individuo dalla personalità tanto discreta da rimanere oscurata dal successo di amministratore delegato di una delle più grandi aziende italiane. Appena dopo aver conosciuto uno dei più grandi amministratori d’azienda dei nostri anni, non rimane che una riflessione amara: il successo colpisce chiunque, come stanno dimostrando i numerosi casi che per una triste coincidenza stanno colpendo duramente in questi ultimi mesi personaggi famosissimi del mondo dello spettacolo.

Quando anche la morte è una questione aziendale

Non sono in molti a saperlo, ma secondo la legge le grandi aziende quotate in borsa hanno la possibilità di ritardare la diramazione di una notizia “che possa risultare in qualche modo dannosa per la solidità fiscale dell’azienda stessa”.

Un esempio che meglio illustra il caso di Sergio Marchionne: rendere noto che l’amministratore delegato di un colosso aziendale non è più fisicamente in grado di prendere le decisioni necessarie a guidare l’azienda può avere un impatto disastroso sui mercati finanziari, facendo crollare a picco la fiducia degli investitori sui titoli finanziari emessi dall’azienda in questione.

Ne deriverebbe un danno economico enorme che le grandi realtà aziendali hanno il diritto di controllare.

E’ stato quindi diritto della FCA (Fiat Crysler Autoveicles) non dare immediatamente notizia della malattia di Sergio Marchionne allo stesso modo gestire con la massima discrezione gli aggiornamenti sul suo stato di salute dal momento del ricovero in poi.

Si può quindi dire che in vita come in morte un dirigente d’azienda appartiene all’azienda che è incaricato di gestire.

marchionne

Il ricordo di Franzo Grande Stevens

Marchionne era un intimo amico dell’avvocato che curò per anni gli interessi di Giovanni Agnelli: Franzo Grande Stevens. Oltre a essere estremamente toccanti le sue parole nella lettera pubblicata dal Corriere, rivelano la stima che provava nei confronti dell’amico di una vita:

“Il dolore è indicibile: quando dalla tv di Londra appresi il giovedì sera che era stato ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette. Tuttavia quando seppi che era soltanto un ‘intervento alla spalla’ sperai. Invece, come temevo, da Zurigo ebbi la conferma che il suoi polmoni erano stati aggrediti e capii era vicino alla fine. Marchionne ha lasciato una società che ha raggiunto l’incredibile risultato dell’azzeramento del debito e l’avvio di una vita di successi. Mi auguro che sulla strada che egli ha tracciato, sul suo esempio, la Fca prosegua con gli stessi risultati. Soltanto così il grande dolore di tutti noi potrà alleviarsi”

Stevens è l’unico ad essersi sbilanciato sulla causa della morte “dell’amministratore delegato di FCA: dalle sue parole si deduce che l’operazione alla spalla a cui Marchionne si è dovuto sottoporre in Svizzera si rese necessaria a seguito di un sarcoma invasivo.

Tra l’altro si trattava in qualche maniera di una “morte annunciata”: Sergio Marchionne era consapevole di fumare troppo ma come ha voluto spiegare Stevens, era anche incapace di liberarsi dal vizio del fumo. Pare che di tanto in tanto, appena prima di accendere una sigaretta, ripetesse: “Queste mi uccideranno”.

Marchionne, condizioni "irreversibili" del manager

La malattia di uomini potenti

Gli uomini bianchi, adulti e di successo costituiscono ancora oggi, cioè a quasi vent’anni dall’inizio del terzo millennio, la categoria più privilegiata del globo. Eppure, nonostante la grandezza intellettiva, il carisma, il successo nell’ambito professionale e la ricchezza in quello economico, anche gli uomini potenti crollano.

Steve Jobs, considerato uno degli uomini più rappresentativi, intelligenti e innovatori del terzo millennio, ha dovuto soccombere di fronte a un tumore al pancreas di una rarità che ha lasciato impotenti i medici e che ha portato via il più geniale informatico e imprenditore dei nostri tempi nel giro di pochi anni dalla diagnosi della malattia.
Steve Jobs

Yves Saint Laurent, stilista di fama internazionale e fondatore di una delle più prestigiose maison di moda del mondo, morì all’età di 72 anni per aver sviluppato una forma estremamente aggressiva di tumore cerebrale: un glioma.

Fabrizio Frizzi, indimenticabile personaggio della nostra televisione, è scomparso quest’anno a causa di un tumore al cervello che non gli ha dato scampo e che gli era stato diagnosticato pochissimi mesi prima della sua morte, a seguito di un malore che il presentatore aveva accusato in diretta televisiva. La sua morte è stata uno degli eventi più toccanti dell’ultimo anno e ha avuto un’enorme risonanza nella società italiana.
L’argomento dell’inevitabilità della malattia, che colpisce indistintamente persone potenti, ricche e di successo, è un argomento estremamente trattato dalla stampa italiana degli ultimi mesi.

fabrizio frizzi

Se la malattia e la morte di Fabrizio Frizzi hanno costituito l’apice di questa tendenza nei primi mesi dell’anno, l’argomento ha avuto un’enorme diffusione anche a causa del fatto che donne famose dello spettacolo italiano hanno dichiarato di essere affette da tumore: Carolyn Smith e Nadia Toffa.

Queste ultime hanno deciso di affrontare l’argomento in maniera aperta a innovativa, comunicando costantemente con i follower e i fan in merito al proprio stato di salute. La Smith e la Toffa si stanno battendo affinché la malattia non sia più un tabù e si possa affrontare l’argomento, così come quello delle conseguenze estetiche del male, in maniera aperta e priva di ipocrisia.

La Toffa dal canto suo sta inviando costantemente messaggi di forza, di speranza e di stima nei confronti di tutti coloro che combattono costantemente il cancro e le sue conseguenze immediate.

Il linguaggio dell’inviata de Le Iene è talmente ottimistico e talmente positivo a tutti i costi da stridere di tanto in tanto con l’argomento, fino quasi a risultare inappropriato. Nonostante questo è innegabile che Nadia Toffa stia fornendo ai malati di cancro uno sprone continuo nell’affrontare la malattia a testa alta (anche se coperta da un foulard), e che stia attuando una vera e propria rivoluzione sulla comunicazione della malattia.

L’interesse del pubblico per tutto quanto concerne la salute di personaggi famosi, soprattutto di coloro che stanno combattendo il tumore, è aumentato di pari passo con l’attenzione che la stampa ha posto sull’argomento, in un circolo che si autoalimenta.

Perché oggi la malattia fa notizia? Per una serie di ragioni: una è l’empatia creata dal contatto virtuale con i personaggi di cui vediamo costantemente l’immagine sui social, l’altra è probabilmente legata al fatto che la malattia di personaggi famosi ci mette davanti all’evidenza che il destino degli uomini è uguale per tutti: anche sulle persone famose, potenti e di successo pende la stessa spada di Damocle che pende sulla testa di ogni comune mortale.

La malattia rende i vincenti meno invincibili e più umani.

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Olga Luce, classe 1982, napoletana e apolide, scrive per il web dal 2015 e suo malgrado è diventata un’esperta di ottimizzazione on page. Ha scritto di tutto, e ha deciso di smettere. Classicista dallo spirito scientifico, allergica alla stanzialità, all’approssimazione e ai compromessi, ancora un po’ filosofo nonostante tutto, vivrebbe soltanto di caffè.