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Irlanda del Nord, il successo di Sinn Fein e la Brexit

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La Brexit e il successo di Sinn Fein sembrano apparentati, secondo quasi tutti gli opinionisti. La situazione è delicata.

L’Irlanda del Nord spinge verso la secessione e sul fatto che si tratti di una chiara e diretta conseguenza del voto sulla Brexit è opinione condivisa da molta stampa britannica e non.

Come dire che se il Regno Unito lascia l’Europa, allora l’Irlanda del Nord lascia il Regno Unito. Che una secessione possa davvero verificarsi è un’ipotesi difficile da sostenere, al momento. Ma che la tensione possa tornare a salire appare senz’altro abbastanza probabile.

La sconfitta – vittoria di Sinn Fein al parlamento di Belfast

I numeri, in ogni caso, sono impietosi. Alle elezioni della scorsa settimana, il DUP, il Partito Unionista Democratico, ha ottenuto un solo seggio in più del SINN FEIN, indipendentista, nazionalista, repubblicano e cattolico.

Un seggio soltanto per una vittoria amara al punto da sembrare una sconfitta in piena regola. Soprattutto alla luce del fatto che fino a un anno fa circa, la maggioranza di cui godeva il DUP era schiacciante.

Tre settimane per salvare gli accordi del 1998

Al contrario, per SINN FEIN, formazione che è considerata una evoluzione politica dell’IRA, si tratta di un risultato memorabile. Ora il partito guidato da Michelle O’Neill dovrà dialogare con i rappresentanti del DUP per trovare una formula di governo condivisa, nel rispetto degli accordi di pace del 1998, quelli che posero fine ai 30 anni di scontri e violenza che procurarono più di 3500 vittime.

Unionisti e indipendentisti hanno da ora in poi tre settimane di tempo per raggiungere un accordo che porti alla formazione di un esecutivo condiviso. Altrimenti si dovrà votare di nuovo. Al momento, il parlamento di Belfast è diviso fra i 28 seggi del DUP e i 27 di SINN FEIN, mentre rimangono indietro i conservatori dell’UUP (12,9%), i socialdemocratici del SDLP (11,9%) e i liberali di Alliance (9,1%).

Tre settimane di tempo non solo per fare un governo, ma per salvare, di fatto, la situazione degli accordi del 1998.

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