Kento racconta la sua Resistenza Rap: come è cambiata la scena rap italiana
Kento racconta la sua Resistenza Rap: come è cambiata la scena rap italiana
Musica

Kento racconta la sua Resistenza Rap: come è cambiata la scena rap italiana

Fino a ieri chiunque faceva rap era considerato uno scemo e non era vero, adesso sembra che chiunque faccia rap è un genio e non è vero neanche questo.

In un momento storico in cui la cultura e la produzione della musica Hip Hop sono in completa evoluzione e risultano aperte ad ogni contaminazione e sperimentazione, sono molti gli artisti novelli che avventurandosi nel nuovo e fresco mondo del rap italiano rischiano poi di soccombere al passaggio delle mode e delle ondate di tendenza. Francesco Carlo, in arte ” Kento “, è un’artista vecchio stampo, uno di quelli che nell’oceano del rap ci ha nuotato per oltre vent’anni dispensando concetti, parole, contenuti e poesia ad ogni bracciata, uno dei pochi artisti a portare avanti un’idea molto forte nella scena, difficile da proteggere: la Resistenza Rap.

L’intervista a Kento

Come è cambiata la scena rap italiana secondo il tuo punto di vista?

Il panorama musicale italiano, il panorama rap in particolare è molto cambiato da quando ho iniziato negli anni novanta. In particolare perchè il rap è diventato un genere mainstream ovviamente, prima grande differenza, e tutti i generi che rientrano nel mainstream finiscono poi per rispecchiare la società in cui si inscrivono nel bene o nel male.

Nel rap di oggi c’è tanto bene e c’è tanto male, è una scena molto complessa e per questo anche molto interessante: ci sono elementi d’interesse sia nei nomi storici e quindi nella vecchia scuola, ma anche in quello che viene fuori adesso. A me ad esempio, Nitro è uno che mi piace molto: è un ragazzo in gamba sta facendo gran belle cose e mi interessa parecchio. Cosa penso in generale? Penso sia un panorama che meriti rispetto ma che merita anche di essere stimolato, sia da parte dei giornalisti, sia da parte del pubblico e di chi fa musica. Fino a ieri chiunque faceva rap era considerato uno scemo e non era vero, adesso sembra che chiunque faccia rap è un genio e non è vero neanche questo. Ci vuole una maturazione ulteriore, sicuramente possiamo fare meglio e possiamo andare avanti.

Il mondo è cambiato, la scena è cambiata e anche il modo di vendere la musica si è completamente rivoluzionato.

Oggi è molto più facile fare disco d’oro o di platino con le piattaforme digitali, anche 10 anni fa era quasi impossibile.

Si, il mondo cambia, la musica cambia col mondo e in un sistema di mercato capitalistico la musica è, per quanto ci possa sembrare brutto dirlo, un oggetto di mercato e quindi riflette i cambiamenti di questo sistema. Capisco che il concetto vecchia scuola di disco d’oro-disco di platino non è più applicabile, dall’altro lato però anche il disco d’oro e il disco di platino sono strumenti di marketing per fare promozione, fa parte del gioco. Secondo me un’artista non deve essere un esperto di marketing però deve essere in grado di leggere quello che succede intorno a lui, deve capire fino a quando riesce ad avere il controllo sulla propria musica e quando invece è il mercato che ha il sopravvento e questa è una delle più grandi sfide per chi fa musica.

Io non sono assolutamente contrario al digitale, penso che il digitale abbia dato molti vantaggi, abbia apportato molte innovazioni negli ultimi anni. Io non penso però che nel Hip Hop il digitale possa mai sostituire il fisico per esempio una cosa che mi chiedono molto spesso è che consiglio dare a chi inizia a fare rap, io il primo e unico consiglio che do è di spegnere il computer e di andare alle serate, oppure andate sotto i portici dove si balla la breakdance oppure andate a vedere i muri dipinti cioè il virtuale, il digitale è bello e utile e soprattutto ai giorni nostri è anche indispensabile però non cancella quella che è l’esperienza di vita reale: e questo dovrebbero impararlo anche i rapper che sul web sono fenomeni ma dal vivo non altrettanto.

Come è cambiata la scrittura in questi anni? Dalle punchline alle tagline quanta distanza c’è?

Come cambia la scrittura con gli anni? Cambia inevitabilmente: un ragazzino, un giovane che comincia a scrivere rap lo scrive come lo farebbe un ragazzo della sua età.

Io credo però che quando la scrittura è troppo legata ad una moda rischia di scomparire con la moda stessa. Facciamo l’esempio di Tupac, se io prendo un suo pezzo qualsiasi magari il beat, o la batteria di plastica suonano male ma il testo è una pietra, qualcosa che rimane negli anni. Un esempio estremo per far capire che la moda va conosciuta, vanno conosciuti gli strumenti e la semantica, ma mai legarsi troppo alle tendenze: tanti rapper sono andati bene per un anno o due e adesso se la passano “così così”. Che cos’è la politica in un testo? Parlare di una questione sociale è ovviamente politica in un testo ma, parlare di soldi può essere politica, parlare di sesso, di scuola o università anche di droga può essere politica. Io non mi aspetto testi dalla scena improntati sulla lotta sociale, ma credo che ci debba essere la consapevolezza da parte di chi scrive, poi dipende sempre dal livello di superficialità o profondità con la quale si affronta la scrittura ma se io ho il bisogno di dire quella parola, così urgente, così importante io dirò solo quella parola, e basta.

Nel video l’intervista integrale.

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