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L’opinione di Antonio Scarpata

La Champions è una maledizione per chi, come Allegri, non impara mai dai propri errori

La terza eliminazione in tre anni agli ottavi di finale della Champions League ha il sapore della tempesta perfetta.

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“Gli errori sono allegri, la verità è infernale”. Così diceva Albert Camus e in qualche modo aveva ragione, ragione da vendere. Quando dagli ultimi risultati in campionato e coppa Italia si pensava che i fantasmi della crisi fossero ormai stati messi alle spalle, la Juve ci ricasca; prende tre schiaffi dal Villareal e ripiomba malamente in un inferno fatto di deprimenti conti in rosso, figli del Covid certo ma anche di una dirigenza che, da qualche anno a questa parte, non ne azzecca più una.

La terza eliminazione in tre anni agli ottavi di finale della Champions League ha il sapore della tempesta perfetta. Che i tempi di Berlino e Cardiff fossero solo un ricordo sbiadito, quasi confuso, lo si sapeva. Ciò non toglie che lo 0-3 sul tabellone dello Stadium è il simbolo di un ridimensionamento oramai conclamato, che colpisce la società di Agnelli non solo sul piano economico, ma anche su quello (non meno importante) del blasone, dell’immagine e di quell’identità smarrita che la cura Allegri doveva aiutare a recuperare, ma che a oggi, sembra ancor più un miraggio.

Lasciar partire Benatia per far tornare Bonucci, il riacquisto di Morata e Kean, il continuo strizzar l’occhio a Pogba e il ritorno di Allegri sono tutti sintomi chiari di una società che negli anni ha tradito la progettualità per buttarsi a capofitto tra le braccia di un’amante subdola che di nome fa “Nostalgia”.

La Champions del resto è fatta così, è un po’ che dalle parti della Continassa la frequentano, ma qualcuno nonostante le costose ripetizioni non l’ha ancora capita.

Non fa sconti a nessuno, nemmeno ai grandi allenatori come Allegri. Se vuoi vincerla devi saper riconoscere i tuoi limiti, lavorarci e superarli. In partite del genere, a differenza della Serie A dove pur senza mai tirare in porta puoi comunque vincere, anche la fortuna se la tira e se proprio la vuoi, devi andartela a cercare.

Certo, l’eliminazione contro il Villareal non manca di attenuanti, dai giocatori senza esperienza in Europa ai tanti infortuni, la Juventus non si è di fatto presentata all’appuntamento nelle migliori condizioni.

Così come va sottolineato il fatto che gli spagnoli, dopo il trionfo in Europa League e l’aver fatto sudare la Supercoppa europea al Chelsea, erano un avversario ben diverso da Lione e Porto. Resta però un fattore essenziale che, in qualche modo, accomuna tutti i fallimenti di Allegri oltre confine: la maledetta consapevolezza di non aver osato troppo, di non averci mai provato fino in fondo.

L’accontentarsi del vantaggio iniziale all’andata, gli irritanti passaggi in orizzontale a metà campo in attesa di un varco, la pressochè totale mancanza di soluzioni offensive, il continuo preservare le forze per dei tempi supplementari che puntualmente non arrivano, sono tutti film già visti. Emery che senza pensarci troppo si gioca tutti i cambi a inizio secondo tempo e la vince nei 90 minuti, pur lasciando ai bianconeri il pallino del gioco e puntando sulle ripartenze, non è che il finale più scontato che ci si potesse aspettare da un regista un po’ a corto di fantasia.

A Torino è andato in onda l’ennesimo tonfo dell’attendismo sterile, la debacle di una mentalità ostinata che resiste ai tempi che cambiano. Una lezione vecchia che ancora oggi non ci si spiega come una persona intelligente qual è Allegri non abbia ancora imparato. Eppure le occasioni di apprendimento non sono mai mancate negli anni: dalle folli sostituzioni a Monaco di Baviera che spianarono la strada al Bayern all’incomprensibile arretramento del baricentro al Bernabeu, nel momento di maggiore sbandamento dei padroni di casa e la lista potrebbe noiosamente allungarsi.

Il giorno dopo siamo qui e il risultato è il solito, l’ennesima edizione della Champions orfana di squadre italiane, proprio quando i giochi iniziano a contare davvero. Assenti ingiustificati, ancora una volta, da quell’Europa che con la maglia azzurra facevamo nostra fino a qualche mese fa, quando per una volta abbiamo avuto la meglio non solo sui nostri avversari, ma anche sulla nostra eterna tradizione di difensivisti e catenacciari.

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