La classe media alle soglie della "povertà relativa" - Notizie.it
La classe media alle soglie della "povertà relativa"
Economia

La classe media alle soglie della "povertà relativa"

Ormai da tempo si sta ampliando il dibattito sulla stato di salute del ceto medio e quali siano le sue condizioni reali, perché ormai è presente da tempo un impoverimento graduale di alcune categorie lavorative, professionali e sociali sembrano non trovare risposta ai loro problemi reali e concreti da parte della politica.
Si percepisce ogni giorno che passa che il ceto medio scivola verso il basso e la classe politica non fa altro che tutelare fasce economiche ristrette e loro stessi, senza lasciare nessuna percezione di speranza del fenomeno denunciato ormai dai maggiori quotidiani nazionali.
Il dibattito si apre parallelamente con gli Stati Uniti d’America che stanno vedendo un lento sgretolarsi della classe media, tanto che ha spinto molti economisti, opinionisti ed esperti del settore a chiedersi se il nord America è «ancora una nazione dove la classe media sia l’asse portante dell’economia».
Inoltre se andiamo ad analizzare i maggiori paesi Europei, come Francia e Germania, vediamo che la politica si sforza di salvaguardare il ceto medio e tende a metterlo in condizioni di poter essere ancora la locomotiva della nazione, andando a ricercare quelle nuove soluzioni da poterla rimettere in carreggiata e far ripartire l’economia nel suo complesso.
Il ceto medio italiano a quali esigenze risponde oggi? Tre elementi ci colpiscono subito.

In primo luogo l´incessante crescita numerica. In base ai dati forniti da Paolo Sylos Labini, i ceti medi urbani italiani, in cui il famoso economista romano raggruppa le principali categorie dei piccoli imprenditori, degli impiegati pubblici e privati, degli artigiani e dei commercianti che nel 1881 rappresentavano il 23,4% della popolazione, mentre nel 1993 toccavano il 52%, oggi secondo le stime date dall’ISTAT si attestano attorno al 60%…, questo non vuol dire che la classe media è diventata ricca, la crescita numerica non è sinonimo di ricchezza.
Accanto a questo primo grande dato, ve n´è un secondo: la crscita di istruzione che li caratterizza. Infatti, nel 2001… gli italiani che erano in possesso di un titolo di studio medio, superiore o universitario erano circa il 63,4% per cento della popolazione. Questa rivoluzione scolastica non colma il divario esistente rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna, ma è innegabile che il paese può magnificare un ceto medio sempre più esteso e istruito.

Il terzo elemento, quello strutturale, riguarda la combinazione interna dei ceti medi.
L´Italia ha una quota di occupazione indipendente (o lavoro autonomo) molto alta (il 26,4% dell´occupazione totale nel 2006) più elevata di qualsiasi altro paese europeo. C’è un fatto importante da non sottovalutare che in questi anni, i media e la destra politica hanno tentato con martellante insistenza di presentare il mondo del lavoro autonomo e quello del piccolo imprenditore come predominante nel paese.
In realtà, il lavoro autonomo è in un progressivo declino, tanto è vero che dal 2003, costituisce solo un quarto del lavoro complessivo nel nostro paese e meno della metà dell´occupazione dei ceti medi presi nel loro insieme. Questo fatto nasconde un gran numero di figure diverse non solo quella del piccolo imprenditore dinamico ma anche il vasto e perdurante mondo dei commercianti e degli artigiani, nonché moltissimi «autonomi precari», presenti specialmente nei giovani che hanno la partita Iva e di conseguenza un’occupazione non stabile.
Negli ultimi quindici anni il ceto medio si è diviso in due realtà, molto diverse tra loro.

La prima la si può definire «il ceto medio riflessivo», capace di bridging (costruire ponti verso altri) e, in termini occupazionali, caratterizzato dal lavoro dipendente; la seconda «il ceto medio concorrenziale», tendente al bonding (tendenza a rafforzare i legami interni a uno specifico gruppo) e prevalentemente dedito al lavoro autonomo.
Adesso esaminiamo la prima componente, ovvero «il ceto medio riflessivo». In tutta Europa si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel terzo settore e tra gli assistenti sociali, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi operatori nel mondo dell´informazione e della cultura. Quello che ha reso possibile l’incremento delle file è stato un numero crescente di donne molto istruite, alla ricerca di un impiego adeguato alla loro professionalità, pero ci sono state forti difficoltà nel trovarlo, soprattutto nel meridione.
Sono tanti i motivi per ritenere che una parte consistente del ceto medio si sia ridotta a un aggregato sempre più vuoto e avvilito, dal futuro incerto; e che un’altra parte stia già scivolando verso la linea d’ombra della «povertà relativa».

Forse la società italiana non è ancora giunta al livello di polarizzazione di quella americana, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i meno abbienti navigano in acque sempre più torbide, dove viene sempre meno la speranza.
La nostra “middle class” corre il pericolo di subire la stessa sorte, qualora il governo e le forze politiche non elaborino riforme e misure concrete per un regime fiscale più equo, un Welfare più efficiente, adeguati incentivi alle famiglie più numerose e nuovi ammortizzatori sociali, oltre che una strategia che assicuri il rilancio del sistema economico.

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